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Ben ritrovati,

questa settimana purtroppo è iniziata con una notizia che non avrei voluto dare, quella che Patrick Zaki resta in carcere. Vi ho raccontato qui storie che riguardano l'Egitto e continuerò a farlo, così come spero presto di scrivere che Patrick è libero. Io credo che chi fa il mio mestiere abbia il dovere di tenere accesa la luce su queste vicende. Non è solo un esercizio di retorica ma scriverne e raccontare può davvero fare la differenza, così come può fare la differenza informarsi e farsi un'idea. Sono tanti i motivi per cui il regime di Al Sisi tiene gli oppositori rinchiusi, uno di questi - lo ha dimostrato anche durante la visita da Macron - è che usa la loro detenzione come arma di pressione sull'Occidente. Ecco perché abbiamo il dovere di replicare e di attivarci perché Patrick e gli altri 60 mila oppositori rinchiusi in carcere vengano liberati. 

Per questa settimana vi ho voluto raccontare la protesta di una giovane artista in un altro Paese dove la libertà è sempre più in pericolo e dove le donne sono il bersaglio continuo di violenze e femminicidi. Sto parlando della Turchia, della mia Istanbul, dove il lockdown ha messo ancora di più in pericolo le donne, così come successo in Italia e nel resto del mondo. Credo che sia doveroso darsi sostegno anche a distanza ed ecco perché vi racconto questa storia.
 

Poi vi lascio la recensione di un film che ho apprezzato. Ho visto Mosul ridotta un cumulo di macerie, ho camminato per le sue strade mentre era ancora occupata dall'Isis. E vi assicuro che questo film è fatto davvero bene e rende giustizia a quei giorni terribili. Per raccontarvelo però vi lascio la recensione di una bravissima ricercatrice irachena che conosco e che ha scritto un gran pezzo. 

Inoltre due libri. Uno è sulla mia amata Armenia. «Io sono più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere. La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato ad un'estremità, è la vita non vissuta», scrive Vosganian. Ecco a leggerlo mi ci sono un  riconosciuta, soprattutto in questo periodo dove le nostre vite sembrano congelate.  Il secondo testo invece parla di Isis e dell'organizzazione che il gruppo jihadista si è dato. Rimette insieme i pezzi di tante cose che abbiamo  scritto in questi anni e fornisce anche dettagli interessanti meno conosciuti sulle brigate femminili. 


Infine questa settimana sull'account Instagram di Sherazade Tea vi ho chiesto di quali Paesi vorreste leggere qui. Mi avete risposto in tanti e mi pare di capire che vinca l'Iran. Ma sono arrivate molte richieste anche su Turchia e Marocco. Che dire? Piano piano cercherò di accontentare tutti. Abbiamo tempo. 
Un letto in strada 


Sayna Soleimanpour è una giovane artista turca. L'altro giorno è scesa in strada a Istanbul, in Turchia, ha sistemato un materasso per terra e si è messa a leggere un libro. L'idea era di trasformare la città nella sua camera da letto per dimostrare quanto per le donne il lockdown sia pericoloso. Obiettivo della loro protesta, aumentare la consapevolezza sul numero di donne che muoiono per mano dei loro mariti o partner. In Turchia, il 42% delle donne di età compresa tra i 15 ei 60 anni ha subito una qualche forma di abuso fisico o sessuale da parte dei propri compagni. Nel 2019 è stato raggiunto il numero più alto di vittime di questo tipo di violenza e le morti hanno continuato ad aumentare. «Da donna mi sento più al sicuro in strada che dentro casa», ha spiegato Sayna. 

Il 2019 in Turchia si è chiuso con ben 474 omicidi perpetrati da uomini contro le donne, dopo che nel periodo 2008-2017 i casi di femminicidio sono stati 2.025, con un picco nel 2013. Nel 62% dei casi a uccidere la donna è stato l’ex marito, il marito o il fidanzato, nel 28% è stato un familiare, mentre nel 10% si è trattato di un uomo che non aveva legami parentali o affettivi con la vittima. 

Ad evidenziare la gravità della situazione in Turchia è stato anche uno studio redatto dall’Onu nel 2009 secondo cui il 42% delle donne turche tra i 15 e i 60 anni ha subito una qualche forma di violenza fisica o psicologica da parte del proprio partner. La situazione non è di certo migliorata nei mesi di lockdown imposti dal Governo per far fronte all’emergenza coronavirus: come denunciato dalla piattaforma «Fermeremo il femminicidio», in sole tre settimane sono state uccise 21 donne e ci si aspetta che i dati finali del 2020 registrino un drastico incremento dei femminicidi nel Paese. Basta considerare che nella sola Istanbul nel mese di marzo si è avuto un aumento del 38% delle denunce per violenze domestiche, che hanno raggiunto quota 2.493 contro i 1.804 casi del marzo del 2019.

Come denunciato dalle associazioni turche che lottano per i diritti delle donne, alla base dei femminicidi e più in generale delle forti disparità esistenti nella società sulla base del genere vi è una cultura patriarcale e maschilista che la stessa classe politica continua a sostenere. Nel 2011 la Turchia ha firmato la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ma molti politici conservatori hanno fin dal principio criticato tale adesione definendo le leggi europee una minaccia ai valori della famiglia.

Il vero problema della Turchia secondo le associazioni non è tanto la mancanza di un quadro legislativo forte, quanto la sua corretta implementazione. Tanto le forze dell’ordine quanto i giudici non rispondono adeguatamente alle richieste di aiuto delle donne e i casi di uomini che ricevono una pena ridotta perché simulano un comportamento rispettoso davanti alla Corte sono talmente numerosi che per loro è stato coniato un apposito termine: «la riduzione della cravatta». Lo stesso trattamento molto spesso è riservato a coloro che affermano di aver agito in un momento di rabbia a causa di un comportamento tenuto dalla donna, addossando quindi colpa sulla controparte e cercando di presentare il proprio operato come un episodio isolato. 

D’altronde l’esempio fornito dai politici più influenti del Paese non fa che avvallare l’idea per cui le donne siano inferiori agli uomini, giustificandone la repressione sia fisica che psicologica e condannandole al ruolo di madri e casalinghe. Lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan in più occasioni ha affermato che le famiglie (ossia le donne) turche dovrebbero avere almeno tre figli, mentre altri politici hanno ripetutamente criticato chi non ha mai avuto bambini e definito le madri che lavorano anche durante la maternità delle «mezze persone».

In un simile contesto quasi non sorprende che a gennaio del 2020 il Governo del partito Libertà e Giustizia abbia cercato nuovamente di far passare una legge che reintroducesse il cosiddetto matrimonio riparatore. La proposta prevede che chi è accusato di violenza sessuale contro un minore può evitare il carcere sposando la sua stessa vittima se quest’ultima ha meno di 18 anni e se la differenza di età tra i due non supera i 10 anni. Ad oggi il disegno di legge non è stato ancora approvato grazie alle proteste popolari e alle critiche provenienti dalla comunità internazionale, ma la sua stessa esistenza dimostra chiaramente quale sia la posizione del Governo nei confronti della tutela delle donne e delle minori.

La foto è di Umit Bektas per Reuters 

Un film (e una recensione)

 
I Bastardi senza gloria di Mosul. L'ha intitolata così la sua recensione Rasha Al Aqeedi, ricercatrice irachena, che per Newlines Magazine ha scritto un lungo e bell'articolo su «Mosul», film che potete trovare su Netflix. Rasha, che nella città, occupata militarmente dall'Isis dal 2014 alla fine del 2017, è nata e cresciuta, spiega in modo magistrale come a ispirare il regista Matthew Michael Carnahan sia stato un lungo pezzo del New Yorker. Al centro di tutto, l'opera della Swat, una squadra speciale mista composta da curdi, cristiani, yazidi e sciiti ma a maggioranza araba sunnita proprio come la città. Questo team durante l'occupazione si distinse per un'operazione tutta particolare contro i miliziani dell'Isis. Il parallelo con i cacciatori di nazisti raccontati da Tarantino è evidente, soprattutto perché la missione della Swat almeno all'apparenza sembra legata al concetto di vedetta. Ma è pur evidente - scrive ancora Rasha - come il film sia aderente alla realtà di quei giorni anche dal punto di vista storico. In una scena un membro della Swat chiede al capitano di non far intervenire gli americani «perché tanto quelli bombardano senza poi preoccuparsi di ricostruire». Ed è davvero così: la coalizione anti Isis guidata dagli Stati Uniti ha sganciato talmente tante bombe sulla città irachena che ancora oggi il centro storico è ridotto ad un cumulo di macerie. Anche lo scontro tra il Maggiore Jasem, mitico comandante della Swat, e il colonnello Esfahani, un comandante iraniano alla guida di un'unità delle Forze di mobilitazione popolare, il consorzio di milizie sciite che ha combattuto contro l'Isis, è illuminante perché dimostra di fatto come l'Iraq sia un Paese diviso e dà l'idea di uno scontro che tutt'ora è in corso nel Paese, a suon di omicidi e agguati tra le due fazioni. Insomma il film è valido e interessante. Inoltre, come ha raccontato Guido Olimpio nei giorni scorsi sul Corriere, «Mosul» ha suscitato anche la reazione piccata dell'Isis che lo ha definito un falso. Un motivo in più per vederlo. 
Un documentario (recuperato)

Faccio subito una doverosa premessa. We Are Not Princesses  non è un documentario recente. E' uscito nel 2018. Ma l'altra sera ho seguito una videochat molto interessante su Facebook con la co-regista Itab Azzam. E così ho deciso di parlarvene.  We Are Not Princesses racconta dell'incredibile forza e spirito di quattro donne siriane rifugiate a Beirut. Sono storie di amore, perdita, dolore e speranza raccontate sul canovaccio dell'antica tragedia Antigone. Attraverso filmati e animazioni, emergono le storie di donne siriane resilienti, intelligenti e articolate, raccolgono i pezzi della loro vita e vanno avanti nonostante tutto. Se volete vedere il trailer e avere più informazioni cliccate sulla foto oppure qui

Due libri

Tutto ha inizio nella piccola città di Focsani, in una strada armena, tra i vapori del caffè, gli aromi della cantina di nonna Arshaluys, i libri antichi e le fotografie appartenute a nonno Garabet. Il piccolo Varujan guarda un mondo colorato dallo sguardo dell'infanzia e ascolta le conversazioni e le storie favolose di alcuni vecchi armeni che, per parlare liberamente, si nascondono in una cripta. Prende vita così, in un'atmosfera già densa di presagi, uno straordinario romanzo, una vera e propria epopea nella quale partecipando ai destini dei personaggi, alle guerre, ai viaggi, alle fughe, alle avventure, agli amori, alle vite che si compiono nella fine, si segue passo dopo passo, con continui salti di tempo e di spazio, l'intera storia del Novecento, il destino umano e in particolare quello del popolo armeno, del suo genocidio e della sua diaspora. A scriverlo Varujan Vosganian, armeno, nato in Romania. Scrittore, politico, economista, matematico e professore universitario, Vsoganian è stato deputato in Romania. Il libro è edito da Keller. 
 


L’inizio di questo secolo è stato testimone di uno dei fenomeni più brutali della nostra era. Manifestatosi con la proclamazione dello Stato Islamico nel 2014, l’Isis – conosciuto anche come Daeş – è stato capace in breve tempo di organizzarsi in modo capillare, fino a conquistare vasti territori tra la Siria e l’Iraq, ma non solo. Nel marzo 2018 è stata proclamata la sua sconfitta, ma è proprio così? E come è stata possibile una crescita così rapida ed efficace? Questo libro è un modo per entrare nel merito della tematica e, a partire dalla quotidianità e dalle storie delle “spose di Daeş” e dei foreign fighters comprendere  questa organizzazione, individuandone l’architettura amministrativa e la sua evoluzione nel tempo.  A scriverlo è Sara Montinaro, procuratrice a Parigi del Tribunale permanente dei popoli sulla Turchia e il popolo curdo.
Ha preso parte a missioni umanitarie nei Balcani, Grecia, Tunisian, in Cisgiordania-Palestina, in Turchia, nel Kurdistan iracheno e nel Rojava. Il libro è edito da Meltemi Linee. 
L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Racconta di cinque anni sul campo e in redazione, tra l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan, il Libano, il Mediterraneo ma anche l'Italia.  Ne ho parlato con alcuni amici e colleghi e presto usciranno nuove recensioni e interviste. Ve le posto qui nelle prossime settimane.
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