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Nel (cog)nome del padre
La Corte Costituzionale mercoledì 27 aprile, con una sentenza storica, ha dichiarato illegittima l'attribuzione automatica del cognome paterno ai e alle figli/e. 
Ad essere illegittimo è l'automatismo, l'ovvia convenzione sociale che il cognome dei figli e delle figlie debba essere esclusivamente quello del padre. 
Di convenzione sociale si parla perché non vi è alcuna legge esplicita sull'uso esclusivo del cognome paterno. Una norma tacita, radicata nella nostra società tanto da essere universalmente riconosciuta, accolta e soprattutto non messa in discussione. 
Una regola "secolare" che ha permesso il consolidamento, nell'immaginario collettivo, di uno dei simboli di quel potere storicamente diseguale tra uomini e donne, potere che poi è alla base della violenza di genere così strutturale nella nostra società. 

Nell'attribuzione automatica del cognome paterno ai figli, il messaggio sociale è forte e chiaro: quello che viene trasmesso, quello che può essere ricordato, è il cognome che ha maggiore prestigio.  

E se volessimo allargare la riflessione partendo da questa consuetudine sociale così incontestabile, potremmo allora vedere nell'attribuzione del cognome paterno anche uno dei riflessi della società patriarcale: la relegazione delle donne nella sfera privata e la possibilità concessa ai soli uomini di avere un ruolo pubblico.
Potremmo inoltre considerare in che modo le donne sono state per secoli viste: una proprietà da passare da un uomo all'altro, dal padre al marito.
Potremmo infine riflettere sull'unico ruolo concessole, quello di mogli e madri esemplari, che si annullano per la prole e per il coniuge, come testimonia, ad esempio, il termine matrimonio [dal latino mater (madre) e munus (dovere, compito)]. 


La sentenza della Corte Costituzionale arriva dopo più di quarant'anni di ricorsi, sentenze, richiami e disegni di legge mai discussi.
Dal 2017, in Italia, è possibile apporre anche il cognome materno, ma solo dopo quello paterno e solo se entrambi i genitori sono d'accordo (diversamente, si attribuiva esclusivamente quello del padre). 

La sentenza di mercoledì, invece, dà ai due genitori la possibilità di scelta: scegliere se dare il solo cognome del padre, il solo cognome della madre o se darli entrambi nell'ordine che preferiscono.

Non nega l'identità di uno a favore dell'altra.
Ma riconosce come discriminatoria, per la donna, l'impossibilità di trasmettere il proprio cognome e, per i figli e le figlie, l'impossibilità di costruire la propria identità e di essere riconosciuti/e come discendenti del padre ma anche della madre.

Permette di essere liberi e libere di scegliere.

"Il cognome non è solo una scelta tecnica: è una questione di potere, visibilità sociale e autorevolezza, negata alle donne. Per questo la battaglia per eliminare l’attuale automatismo che comporta l’attribuzione del cognome del padre è tutt’altro che secondaria"

(Monica Lanfranco, qui)

Quando il violento ha un altro volto: la vittimizzazione secondaria

È passato quasi un mese da una delle giornate simbolo per la lotta contro la vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza. 

Le donne che scelgono di denunciare le violenze subite, troppo spesso, si ritrovano ad essere nuovamente vittime, questa volta non del compagno violento, ma di un sistema giuridico e sociale che non tutela loro e i loro figli/e, di Istituzioni che danno risposte pregne di stereotipi e pregiudizi e che non riescono a raccordarsi e a comunicare tra loro. 
Tutto questo sempre sul corpo delle donne, ma anche dei loro figli e figlie. 
 
Il 24 marzo scorso è una data importante perché la Corte di Cassazione (con l'ordinanza n. 286/2022) ha accolto integralmente il ricorso presentato da Laura Massaro, annullando la decisione della Corte di Appello di Roma, che aveva fatto decadere la responsabilità genitoriale della donna, accusata di aver causato nel figlio la cosiddetta PAS - Sindrome di Alienazione Parentale. La Corte di Appello aveva anche deciso l'allontanamento del bambino in una casa-famiglia e l'interruzione dei rapporti tra madre e figlio. 

La Pas è un'opinione proposta dallo psichiatra statunitense Richard Gardner. Parliamo di "opinione" perché la sua teorizzazione è priva di dimostrazioni scientifiche e non è riconosciuta come sindrome dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la principale fonte per i disturbi psichiatrici.  
La teorizzazione di Gardner prevede che, a fronte di una "riprogrammazione dei figli" da parte di uno dei due genitori (definito alienante), i e le minori dimostrerebbero astio, paura e rifiuto verso l'altro genitore, definito "alienato". In altre parole, uno dei due genitori inciterebbe, manipolerebbe, convincerebbe i/le figli/e, attraverso frasi denigratorie, false accuse, etc etc, a provare sentimenti di rifiuto per l'altro genitore.

Nonostante la mancanza di scientificità di tale sindrome, molto spesso la si ritrova nelle aule dei Tribunali italiani, in maniera più o meno esplicita.
Ed è facile intuire come, in situazioni di maltrattamento e violenza, questa sindrome, benché non abbia alcun fondamento scientifico, sia usata in maniera strumentale dai padri maltrattanti per screditare le ex compagne che chiedono alle Istituzioni di tutelare e proteggere non solo se stesse, ma anche i loro figli e figlie, che hanno assistito alle violenze su di loro perpetrate.

Laura Massaro combatte nelle aule dei tribunali da circa 9 anni per rivendicare un suo diritto e per tutelare suo figlio. Con la sentenza della Corte di Cassazione, la sua lunga battaglia è divenuta patrimonio per tutte noi.  

Quando chiedere di denunciare non basta

Il 7 aprile scorso la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato lo Stato italiano per non aver adeguatamente protetto una donna e i suoi figli dalle violenze del compagno.
I fatti risalgono al 2018, quando il convivente della donna, dopo averla aggredita in diverse occasioni negli anni precedenti (tutte documentate dalle denunce sporte dalla donna), ha ucciso il figlio di un anno, ha ferito la figlia di sette e ha tentato di uccidere la compagna. 
La sentenza ha stabilito che "i procuratori sono rimasti passivi di fronte ai gravi rischi che correva la donna e con la loro inazione hanno permesso al compagno di continuare a minacciarla e aggredirla".

Alle donne non occorre dire solo di denunciare.
Le donne che vivono in situazioni di pericolo e di violenza hanno bisogno di essere in primis credute. Poi hanno bisogno Istituzioni che le tutelino e le proteggano con azioni concrete ed immediate. E non di Istituzioni che si rammarichino nel constatare di essere arrivate in ritardo di fronte all'ennesima "tragedia annunciata" 

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5 x mille
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Devolvere il 5×1000 dell’Irpef è un’azione che non costa nulla (non aumenta l’imposta per chi indica una destinazione, né la diminuisce per chi non effettua alcuna scelta) ed è facilmente realizzabile con la dichiarazione dei redditi.

Compilando il modello unico persone fisiche, si può indicare, nell’apposita sezione, il Codice Fiscale della Cooperativa Sociale Iside:

03535370278

Il codice va inserito nel riquadro denominato “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale e delle associazioni riconosciute”, nello spazio al di sotto della propria firma.


Scegliere la Cooperativa Sociale Iside significa sostenere una cultura di responsabilità sociale e, soprattutto, scegliere progetti che sostengono e supportano le donne che stanno vivendo una situazione di maltrattamento e che le permettono di ricostruirsi una vita libera dalla violenza.

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