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Ben ritrovati,

Sono stata via per un po'. Questa volta non sono partita fisicamente ma avevo bisogno di riordinare un po' le idee e soprattutto di ascoltare. A volte mi succede e allora raccontare diventa più difficile. Così mi rintano nei miei posti segreti per ritrovare le energie. 

Spero non me ne vogliate. E se vi va ancora di leggere e ascoltare, oggi ci sono alcune storie e di novità che vorrei condividere con voi. La prima arriva dalla Palestina, dove venerdì scorso il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato le elezioni presidenziali e parlamentari dell’Autorità Garante Palestinese. Le ultime elezioni presidenziali furono nel 2005 (le ultime parlamentari nel 2006) e il mandato di Abbas sarebbe dovuto durare solo quattro anni. Il parlamento palestinese non esiste più dal 2007: le elezioni parlamentari dell’anno precedente avevano avuto come esito una sanguinosa guerra civile, all’origine dell’interruzione dei processi elettorali durata fino a quest’anno. Non è la prima volta che Abbas annuncia nuove elezioni: sono state periodicamente indette da anni, senza però mai essere organizzate per davvero. L’annuncio di venerdì, hanno commentato i giornali, sembra far parte di un tentativo dell’Autorità di presentarsi come più unita di fronte al nuovo governo degli Stati Uniti, che si insedia oggi, dopo gli accordi di Abramo voluti dalla precedente amministrazione. Gli esperti ritengono che Abbas voglia ottenere una nuova legittimazione da parte della comunità internazionale. Secondo l’annuncio di Abbas le elezioni parlamentari si terranno il 22 maggio, e quelle presidenziali il 21 luglio. Al di là della politica, credo sia però importante raccontare come vivono i palestinesi oggi. E per farlo vi lascio un lavoro realizzato dagli operatori di una Ong che apprezzo e stimo. 

E ancora. In queste settimane sto seguendo la triste vicenda di Patrick Zaki, lo studente dell'Università di Bologna arrestato al Cairo il 7 febbraio scorso. Ieri è arrivata la notizia che la sua detenzione preventiva è stata prolungata di 15 giorni (e non di 45 come è avvenuto le altre volte). Questo secondo alcuni è un segno di speranza.  Come mi ha raccontato lo scrittore Al Aswani in un'intervista che ho scritto ieri per il Corriere e che trovate qui, la dittatura di Al Sisi è come una tigre ferita che morde e azzanna tutto quello che gli capita a tiro e usa la vita di persone come Patrick per gridare al mondo il suo potere. Come dice Al Aswani, siamo tutti vittime di quella dittatura. E proprio per questo abbiamo il dovere di sperare e di lottare per Patrick e per gli oppositori politici rinchiusi in cella. Così vi racconto di un progetto cui hanno dato vita due cari amici, Gabriella Morelli e Pierpaolo Lala, che speriamo possa contribuire a tenere accesa la luce su questa triste storia e possa aiutare in qualche modo a far tornare Patrick ai suoi studi e all'affetto dei suoi cari.  Sotto trovate tutte le informazioni che vi prego di condividere con chi pensate possa essere interessato. 

Infine vi consiglio un libro. Ancora prima che fosse tradotto in italiano, quel volume è sempre stato sulla mia scrivania in redazione, come un talismano. E' la raccolta dei reportage di Marie Colvin, per me modello e ispirazione, che ora è stata pubblicata nel nostro Paese da Bompiani. Parla di persone che non hanno voce. Ma racconta anche di una donna coraggiosa che non si è fermata davanti a niente pur di dare una speranza a quelle persone, anche a costo della sua stessa vita. 

Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto 
Vite in isolamento 


 

I villaggi palestinesi di Beit Iksa e Nabi Samwil si trovano nell’area a Nord Ovest di Gerusalemme e sono situati su alture che dolcemente discendono in estese vallate e convergono naturalmente verso la vicina città Santa. Apparentemente in luoghi sereni ed estremamente piacevoli da vivere, in realtà le due comunità abitano in isolamento. Israele, in quanto Stato occupante di questi territori secondo il Diritto Internazionale, è il responsabile dell’isolamento di queste aree ed ha adottato politiche e pratiche che hanno alterato, in maniera negativa e sempre meno reversibile, la vita presente e la prospettiva futura di queste comunità, violandone i loro diritti fondamentali.

Dal villaggio palestinese di Tuba, invece, la distesa di dune desertiche che lo circonda su due lati sembra quasi non avere fine. Il naturale isolamento del villaggio era, tempo fa, una vera benedizione per la sua comunità di pastori, fino a che l’inizio dell’occupazione militare israeliana ne ha stravolto totalmente l’esistenza. Oggi, gli abitanti del villaggio di Tuba, perso tra le colline a Sud di Hebron, nella Cisgiordania meridionale, ricercano la serenità perduta, vivendo sulla loro pelle discriminazioni quotidiane, tanto insopportabili quanto impunite.

Nel territorio palestinese, l’occupazione militare e civile di Israele si sostanzia di politiche e pratiche di carattere discriminatorio, che nei fatti dividono il popolo palestinese e ne frammentano la terra natia. La conseguenza è evidente: disgregazione del tessuto sociale e rimozione forzosa di diverse comunità, assegnando e dedicando sempre più terra e risorse alle colonie ed agli avamposti illegali israeliani definiti tali dal Diritto Internazionale e da diverse risoluzioni ONU. 

Di questo e della vita quotidiana dei palestinesi parla “Una vita in isolamento”, la prima di tre serie di rapporti redatti da COSPE in collaborazione con Giuristi DemocraticiCNR-ISGIOperazione Colomba-Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Aveprobi (Associazione Veneta dei Produttori Biologici e Biodinamici), insieme alle organizzazioni palestinesi Al Haq, PYU (Palestinian Youth Union) e ACAD  (Arab Center for Agricultural Development)

Nel territorio palestinese occupato, le politiche e le pratiche di Occupazione portate avanti da Israele - riconosciuta formalmente dalle Nazioni Unite come Potenza Occupante dal 1967 in accordo al Diritto Internazionale- si concretizzano in una rapida e continua espansione di colonie ed avamposti illegali, che gradualmente frammentano il territorio palestinese, isolandone le comunità e disgregando la popolazione.

La frammentazione territoriale che vive la Cisgiordania è infatti un fenomeno che ha effetti devastanti sulla vita quotidiana dei palestinesi. La libertà di movimento è stata ridotta dal crescente numero di colonie, checkpoint, zone militari chiuse al transito e dal Muro di Separazione, che costringono gli individui a un’esistenza relegata in piccoli spazi, costringendo intere comunità a riorganizzarsi e a fare i conti con il loro isolamento. Nei casi peggiori, per molte persone, questo si traduce nella creazione di “non luoghi” di assoluta solitudine, in cui la propria casa o il proprio villaggio si trasformano in vere e proprie prigioni a cielo aperto.
 
Le voci ed i volti delle storie raccontate da questo progetto sono il frutto di ricerche e di dati rigorosamente comprovati da fonti ufficiali di livello internazionali, testimoniano di diritti negati, ma anche di storie di resilienza, una resilienza non-violenta con profonde radici nel passato, ereditata da padri e nonni, praticata nel presente, e proiettata nel futuro attraverso le nuove generazioni.

I rapporti integrali e le relative story-map sono stati pubblicati sul sito www.palestina.cospe.org.

(La fotografia sopra è di Cesare Dagliana)

Vite in gabbia 



Oggi sono 348 giorni che Patrick Zaki è in carcere. Per chiedere la sua liberazione, Amnesty International ItaliaConversazioni sul futuroDiffondiamo idee di valore in collaborazione con Festival dei Diritti Umani e Associazione Articolo 21 con il patrocinio dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e con l’adesione di numerose amministrazioni pubbliche e altri partner hanno lanciato una call per partecipare all’edizione speciale del concorso internazionale di comunicazione sociale
Poster For Tomorrow
 

L’obiettivo del contest è quello di unirsi alle donne e agli uomini che nel mondo chiedono a gran voce l’immediata liberazione dello studente egiziano, in carcere da circa un anno nel suo Paese come prigioniero di coscienza, detenuto per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media. I dieci migliori poster, selezionati da una giuria internazionale, di cui faccio parte insieme a molti altri colleghi italiani e non, saranno poi stampati e affissi tra il 7 e l’8 febbraio – anniversario del primo fermo e della convalida dell’arresto – nelle città e nei luoghi pubblici e privati che stanno aderendo all'iniziativa. Per partecipare c'è tempo fino al 28 gennaio. 

Per maggiori informazioni: 

  • www.posterfortomorrow.org/en/projects/free-patrick-zaki
  •  www.conversazionisulfuturo.it
  •  www.amnesty.it
  •  facebook.com/freezakicontest #
  • twitter.com/freezakicontest
  • instagram.com/conversazionisulfuturo
Vite in prima linea

Scriveva Marie Colvin: la concatenazione di eventi che ha condotto all'esilio di Ben Ali ha avuto inizio con il suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane fruttivendolo che si è dato alle fiamme per protestare contro la polizia dopo il sequestro del suo carretto. Ora l'intera regione mediorientale aveva il fiato sospeso: cosa sarebbe successo adesso? In una macabra emulazione, già più di un giovane egiziano si era dato alle fiamme come Bouazizi per protestare contro la povertà, la disoccupazione e l'umiliazione di chi non ha introiti sufficienti per sposarsi.
Questo brano - tratto dal libro appena uscito per Bompiani di cui vedete sopra la copertina - si riferisce a eventi accaduti esattamente 10 anni fa e parla dell'inizio delle primavere arabe. A scriverlo è stata Marie Colvin, reporter pluripremiata, corrispondente per gli Affari esteri per il Sunday Times. Tra le più straordinarie giornaliste della sua generazione, ha coperto il Medio Oriente per più di vent’anni e scritto reportage da Timor Est, Cecenia, Kosovo, e Sri Lanka, dove rimase ferita in un’imboscata e perse l’occhio sinistro. Fu uccisa in Siria il 22 febbraio 2012 mentre documentava l’assedio di Homs. Leggerla oggi significa non solo renderle omaggio ma vuol dire riavvolgere il nastro della concatenazione di eventi che hanno portato alla sua morte e alla nostra vita, così come è oggi. 
L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Racconta di cinque anni sul campo e in redazione, tra l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan, il Libano, il Mediterraneo ma anche l'Italia. Di recente ne ha scritto la collega Asmae Dachan su Vita.it (qui il link all'articolo) ed è una recensione che mi ha fatto particolarmente piacere perché conosco e apprezzo molto il lavoro di Asmae che ringrazio ancora. 
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