Copy
View this email in your browser
Ben ritrovati, 

Questa settimana vi racconto una storia che arriva da Ceuta, dove in queste ore ottomila migranti hanno assaltato le barriere tra il Marocco e l’enclave spagnola.

Ceuta è un posto che mi è rimasto nel cuore, nonostante la sua crudeltà, con le sue reti e il suo filo spinato. Un'altra porta d'Europa che ti lascia senza fiato per la sua spietatezza. 
Ma qui, sette anni fa, Germinal Castillo, un operatore della Croce Rossa che lavora lì da sempre, mi ha aperto gli occhi su tante cose. Su cosa significa decidere di lasciare la propria casa alla ricerca di un futuro, su cosa significa affrontare il mare con due remi di legno e un gommone sgonfio, pur di vivere. Con Davide Preti - che è un caro amico oltre che bravissimo videomaker - abbiamo raccolto le testimonianze di chi fuggiva dall'Africa e iniziava quel viaggio cosi pericoloso che arriva fino alle porte dell'Europa. Molti di loro scappavano anche perché ai tempi in Africa era in corso l'epidemia di Ebola. E' capitato a quelle persone, poteva capitare a me, a te, ci siamo detti con Davide. Poi però, quando è scoppiata la pandemia, una cosa è diventata ancora più chiara.

A noi non capita solo perché siamo nati dalla parte "giusta del muro". 

Così, mentre ieri guardavo le immagini terribili dei migranti che annegano, saltano le barriere e lottano per la loro vita senza che nessuno li aiuti, e anzi con il resto del mondo che li tratta come animali, mi sono tornate alla memoria le parole quell'operatore. 


Ascoltatele se avete voglia, fanno ragionare. Per me sono state una lezione di vita. 

L'altra storia di oggi invece viene dalla Siria - dove settimana prossima si vota per le presidenziali, con nessuna speranza di un cambiamento - ma dove la guerra e la necessità fanno capitare cose abbastanza inattese.

Secondo quanto racconta il New York Times, nel nord della Siria, nella regione di Idlib, ormai una delle poche fonti di elettricità proviene dall'energia solare. Così non è raro trovare pannelli vicino alle tende degli sfollati. A leggere il motivo, viene da pensare che davvero l'essere umano sia una piaga sulla terra, se si pensa cosa la guerra riesce a fare ad altri esseri umani. Eppure, come in questo caso, accade che la resilienza (e la resistenza) a volte porti a risultati sorprendenti. E lasci balenare qualche raggio di sole anche in mezzo ai fumi del petrolio. 


E infine vi segnalo una campagna di cui è testimonial una persona speciale, Takoua Ben Mohamed, di cui vi avevo già parlato, anche perché è l'autrice della testata di questa newsletter. Riguarda le ragazze musulmane, sempre più vittima di hatespeech e di discriminazioni qui nella democratica Europa. Bene, se c'è una persona che ha dedicato la sua vita e il suo lavoro a combattere questi pregiudizi, questa è Takoua, di cui vi consiglio anche l'ultimo libro - Il mio migliore amico è fascista uscito proprio ieri per Rizzoli. Leggetela e seguitela. 


Buona tazza di the, con la speranza di ritrovarsi presto.
Raggi di resilienza 

Quando il governo siriano ha attaccato il loro villaggio,  Radwan al-Shimali e i suoi figli hanno gettato frettolosamente vestiti, coperte e materassi nel camion e si sono lasciata dietro di sé la casa, i terreni agricoli e la televisione.

Tra gli oggetti messi in salvo, invece, ce n'era uno particolarmente prezioso: un pannello solare che ora - racconta il New York Times - se sta appoggiato sulle rocce accanto alla tenda lacera che chiamano casa in un uliveto vicino al villaggio di Haranabush, nel nord-ovest della Siria. 

Parlando del suo pannello da 270 watt al-Shimali, spiega: "è una cosa importante. Quando c'è il sole durante il giorno, possiamo avere la luce di notte".  Quel pannello oggi è l'unica fonte di elettricità per la sua famiglia.

I pannelli solari, grandi e piccoli, vecchi e nuovi, si trovano ovunque nella provincia di Idlib lungo il confine tra Siria e  Turchia, sistemati in due o tre sui tetti e sui balconi dei condomini, appollaiati in cima alle tende dei rifugiati e montati vicino a fattorie e fabbriche su enormi piattaforme che ruotano per seguire il sole nel cielo.

Molti in Occidente vedono i pannelli solari come un segno di ricchezza e paesi ricchi come gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per promuovere l'energia alternativa.

Ma il boom del solare nel nord-ovest della Siria non è correlato ai timori del cambiamento climatico o al desiderio di ridurre le emissioni. Per molti è l'unica opzione praticabile in una regione in cui il governo ha tagliato la fornitura e dove il carburante importato per i generatori privati è troppo costoso per la maggior parte delle persone. 

"Non c'è alternativa", ha detto Akram Abbas, un importatore di pannelli solari nella città di al-Dana. "L'energia solare è una benedizione di Dio".

Dopo che la provincia di Idlib è diventata la roccaforte delle forze ribelli, il governo di Damasco l’ha tagliata fuori dalla rete elettrica nazionale, alimentata da centrali elettriche a petrolio e gas e dighe idroelettriche sul fiume Eufrate.

All'inizio, la gente del posto ricorreva ai generatori: piccole unità alimentate a gas per negozi e grandi motori diesel per elettrificare interi condomini. Il rombo perpetuo e il fumo nocivo dei generatori sono diventate parte integrante della vita nelle città controllate dai ribelli.

Poi, con l'arrivo dell'Isis, la maggior parte del carburante proveniva da pozzi petroliferi nella Siria orientale controllati  dai miliziani. Era raffinato localmente e dunque molto sporco, con il risultato che ingolfava i generatori, che poi richiedevano costose manutenzioni frequenti.

Quando lo Stato Islamico ha perso il controllo di tutti i suoi territori nel 2019, il nord-ovest ha iniziato a importare dalla Turchia carburante. Più puro questa volta ma più caro: circa 150 dollari per un barile da 58 galloni di diesel, rispetto ai 60 a barile dalla Siria orientale qualche anno fa.

Ed è quest’impennata dei prezzi che ha favorito la diffusione dei pannelli. 

I più ricercati ora sono da 130 watt fabbricati in Canada importati in Siria dopo alcuni anni in un parco solare in Germania, ha detto. Costano 38 dollari al pezzo.  
Per chi ha più denaro conviene investire  nei modelli da 400 watt di fabbricazione cinese che costano sui 100 dollari.

 

Ceuta, la tomba dei migranti 
(Questo servizio è apparso sul Corriere della Sera il 29 maggio 2015)
Una campagna contro il pregiudizio
“Talebana, tornatene a casa tua!  

Sottomessa, l’hanno costretta a indossare il velo!”

Queste, e molte altre, sono le frasi che ogni giorno ragazze e donne musulmane sono costrette ad ascoltare per aver scelto di portare il velo. 

Queste stesse parole si ritrovano nel video-cartoon della campagna Look beyond prejudice promossa dalla Fondazione L’Albero della Vita, all’interno del progetto europeo contro l’islamofobia MEET-More Equal Europe Together. Preventing Islamophobia against women & girls - di cui la Fondazione è coordinatrice - e che coinvolge 5 paesi oltre l’Italia: Francia, Belgio, Polonia, Ungheria e Bulgaria. 

Il video racconta la quotidianità di una ragazza musulmana nella metropolitana di una qualsiasi città europea, costretta a subire sguardi e parole giudicanti. Ma quando si sente chiamare “talebana” reagisce con ironia: si specchia nel finestrino e non vede ciò che vedono gli altri, ma anzi, quello che nota è quanto le stia bene il suo nuovo hijab rosa.

Testimonial della campagna e creatrice delle illustrazioni del video è Takoua Ben Mohamed, graphic journalist e illustratrice, che proprio con il fumetto e l’ironia ha scelto parlare di integrazione e dialogo tra culture, combattendo così i pregiudizi legati alla sua decisione di portare il velo.

“Troppo spesso la donna musulmana viene descritta come debole e costretta a portare il velo dalla società o da una famiglia patriarcale: uno stereotipo che ha contribuito a diffondere molti pregiudizi e discriminazione nei confronti delle donne musulmane in Europa. Questa immagine non mi ha mai rappresentato perché io sono libera di essere me stessa e ho scelto di indossare l’hijab e, come me, sono moltissime le ragazze che lo portano per scelta - racconta Takoua Ben Mohamed - con i miei fumetti voglioricordare a ogni ragazza musulmana quanto sia bella e quanto si possa abbattere il pregiudizio con l’ironia e un sorriso”.

 

In Italia il 4% della popolazione è di fede musulmana: circa 2 milioni e mezzo di persone di cui la metà con cittadinanza italiana. Il 65% dei musulmani italiani dichiara di aver subito violenza, pregiudizi o discriminazione.  La Rete Europea Contro il Razzismo (Enar) rileva che le donne e le ragazze musulmane, in particolare se indossano simboli religiosi, sono vittime di una discriminazione multipla, sulla base del genere, della religione e della provenienza, che si traduce in aggressioni verbali in pubblico, hate speech sui social media ed esclusione sociale, con difficoltà di accesso al mercato del lavoro e a corsi di formazione. 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Alla fine del 2019 muore in un attentato Al Baghdadi, leader del più pericoloso gruppo terroristico al mondo. Ma chi è stato davvero, chi lo ha tradito? E davvero la sua morte ci ha messo al sicuro? Sono partita da queste per ricostruire la parabola dell’Isis negli ultimi dieci anni e lo fa in un viaggio nella storia dall’Europa al Medio Oriente e ritorno. Per capire come ha cambiato le nostre vite dalla sua nascita a oggi a partire dalla tragedia della guerra in Iraq e Siria e passando per i più gravi attentati in Europa, le violenze sulle donne curde, la caduta di Mosul e i molti grandi e piccoli eventi che hanno segnato la storia della guerra al terrore di questi anni. 
Twitter
Facebook
Instagram
Copyright © 2021 Sherazade Tea, All rights reserved.


Want to change how you receive these emails?
You can update your preferences or unsubscribe from this list.

Email Marketing Powered by Mailchimp