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Ben ritrovati,

Questa settimana vi racconto la storia di una ragazza che è partita tanti anni fa da Londra per unirsi all'Isis. E oggi è rinchiusa in una prigione dopo aver perso tutti i bambini che ha dato alla luce. E' una storia triste che parla di decisioni sbagliate e che ben spiega quanto un errore possa costare caro. Mi ha fatto riflettere e mi ha fatto ripensare alla storia di un'altra ragazza che ha fatto scelte simili a quelle di Shamima e di cui non ho notizie da molto tempo. A volte mi chiedo se davvero sia giusto considerare queste giovani delle vittime, altre volte penso che il nostro compito non sia giudicare ma raccontare. E allora provo a farlo. 

Poi vi lascio un bel progetto sia visivo che audio di una donna di un'artista yemenita emigrata negli Stati Uniti che ha deciso di usare il suo talento per non perdere le sue origini. Mi ha fatto venire voglia di creare un podcast come ha fatto lei, con le storie di Sherazade. Che ne pensate? Vi piacerebbe? Non ho idea di come si faccia, ma posso provare. Dovete però consigliarmi.

Infine, una scoperta linguistica che ho fatto. Magari voi saprete già tutto ma io ignoravo che la parola melanzana venisse dal persiano e che l'aggettivo meschino derivasse dall'arabo. Così ho deciso di condividere questa sorpresa con voi. 
 

Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Storia di uno sbaglio


La storia di Shamima Begum inizia nell'ormai lontano 2015. All'epoca Shamima ha 15 anni. Con due amiche, Samira e Khadiza, decide di partire per la Siria per unirsi all'Isis. Le immagini delle telecamere di sicurezza dell'aeroporto di Gatwick la mostrano attraversare i controlli vestita come una qualunque teenager musulmana che vive e studia in Gran Bretagna. Da quel giorno però la vita di Shamima cambia completamente.

Shamima, nata 
 in Inghilterra da genitori originari del Bangladesh,  dieci giorni dopo l'arrivo in Siria, sposa Yago Riedijk. Dà alla luce tre figli, tutti morti appena nati.  Poi, dopo la sconfitta dell'Isis, riappare in un campo di detenzione curda nel Nord-Est della Siria. Un altro bambino che ha dato alla luce muore dopo due settimane di polmonite e malnutrizione e il suo caso riaccende il dibattito sulle condizioni di detenzione dei cosiddetti parenti dei miliziani dell'Isis. Si tratta del campo di Al Hol (poi è stata trasferita altrove), che ho visitato quando sono stata in Siria e dove le condizioni di vita sono estremamente dure. Di recente poi il campo è di fatto caduto sotto il controllo dei parenti dei miliziani dell'Isis sempre più radicalizzati. Rivolte, accoltellamenti e fughe sono all'ordine del giorno, e nei giorni scorsi anche un operatore di Msf è stato ucciso mentre si trovava con la famiglia nella sua tenda. E  lì dentro sono rinchiusi molti cittadini europei, i cui governi però cercano di evitare in tutti i modi i rimpatri. 

Più volte Shamima ha chiesto di tornare nel Regno Unito sostenendo di essersi pentita. L'altro giorno, però, per l'ennesima volta, dopo una serie di sentenze e ricorsi, la Corte suprema britannica ha deciso di negarle  definitivamente questa possibilità lasciandola, di fatto, apolide. 

Come Shamima , altre 50 donne e bambini britannici (e ce ne sono anche di altre nazionalità) sono detenuti dal 2019 nei campi di detenzione di Al Hol e Roj senza accusa o processo. Le terribili condizioni potrebbero aver portato alla morte del figlio  di Begum nel 2019 e hanno tolto la vita a centinaia di altri bambini, inclusi almeno tre bruciati a morte in una tenda che si è incendiata pochi giorni fa. Nonostante le ripetute richieste delle autorità curde che controllano il nord-est della Siria, il governo britannico si è rifiutato di rimpatriare la maggior parte dei cittadini britannici detenuti lì, ad eccezione di sei bambini non accompagnati. 

Come sottolinea anche Human Rights Watch si tratta di una decisione davvero poco sensata. Se Begum ha commesso crimini, dovrebbe essere portata a casa sottoposta a processo. Se è innocente e si è pentita della sua decisione,  non è giusto che paghi per colpe che non ha commesso. 

Da tempo esperti di sicurezza, funzionari delle Nazioni Unite e gruppi per i diritti umani sottolineano come voltare le spalle a queste donne e bambini non sia solo un'aberrazione legale e morale, ma un rischio per la sicurezza a lungo termine. Lasciarli nei campi di detenzione li rende vulnerabili alla radicalizzazione e le condizioni disastrose in cui vivono facilitano il reclutamento da parte di nuovi gruppi jihadisti. Se abbiamo imparato qualcosa negli ultimi vent'anni anni, è che la nostra sicurezza non viene certo garantita a scapito dei diritti umani. E la storia di Shamima Begum ne è sicuramente un esempio. 

Storia di un'origine

Per Noor Qwfan, disegnare non è un semplice gesto creativo. E' anche il modo per ricordare la sua vita in Yemen, restare in contatto con la sua cultura e mostrarla al mondo. 

Qwfan, 29 anni, è nata a Juban, nel nord dello Yemen, ed è emigrata in California negli Stati Uniti con la sua famiglia quando aveva due anni. Fino a prima dello scoppio della guerra nel 2015, è tornata in visita ogni anno e dopo ogni viaggio ha pubblicato le sue illustrazioni sul suo profilo Instragram. Era per lei un modo per rendere omaggio alle sue origini. 

 

Oggi ha deciso di continuare nonostante manchi dal suo Paese da tanto. E attraverso la sua arte condivide messaggi, che ritiene importanti per aumentare la consapevolezza sui musulmani e sulle donne. 

 

In una delle sue illustrazioni, si può vedere un gruppo di donne in piedi, con una di loro che tiene in mano un poster che recita "le donne non si vergognano" in arabo. Ma non c'è solo la politica nella sua arte. Come ha raccontato a Middle East Eye, le sue illustrazioni preferite mostrano la danza tradizionale dello Yemen. "E' ancora un momento celebrativo, particolarmente speciale in un periodo come questo in cui lo Yemen sta soffrendo molto. Voglio creare consapevolezza su ciò che sta accadendo nel mio Paese e allo stesso tempo voglio tenere viva la speranza".

 

Qwfan sfida gli stereotipi sullo Yemen spesso presenti nei media, che lo descrivono come lacerato dalla guerra e sottosviluppato. 

Il suo lavoro fa anche luce su questioni  femminili.
 Qwfan ha avviato anche un progetto, The Muslim Girl, un podcast che parla di ragazze.  "Volevo parlare delle cose di cui a volte le donne discutono a porte chiuse, o tra di loro, perché sentivo che parte del motivo per cui abbiamo problemi all'interno delle nostre comunità è perché non ci apriamo al mondo". E il suo podcast discute di tutto, da come gli uomini possono essere migliori alleati delle donne musulmane allo stigma sulla salute mentale.  

 

Storia di alcuni nomi
L'altro giorno mi sono messa a cercare  su Instagram qualche account per leggere un po' di arabo. Così sono incappata in un profilo gestito da una persona che  scrive sia in arabo che in italiano. E la scoperta che ho fatto mi ha molto divertito. Ossia ho imparato che la parola mammalucco che in italiano usiamo per descrivere una persona sciocca, babbea, in origine significava «schiavo cristiano, o nato cristiano presso gli Egizi, dal numero dei quali schiavi si eleggeva il Soldano» . E ancora: ho scoperto che la parola pistacchio viene dall'arabo fastuca فُسْتُق  ed è a sua volta preso in prestito dal greco pistákē. Carciofo deriva dall’arabo haršūf خرشوف. Carrubba da harrūb خرّوب,  melanzana da bādingiān (di origine persiana) باذنجان. Poi zibibbo, da zibīb ‘uva secca’ giunto in Sicilia tramite gli spagnoli (i catalani) زبيب. Poi meschino da miskīn. 

Ovviamente sono molti i legami tra arabo e siciliano. Si prendano tutti i nomi con la parola ‘cala’ (castello, fortezza): Calatafimi, Calamonaci, Caltabellotta, Calascibetta, Caltagirone, Caltavuturo, o quelli derivati da gebel ‘monte’: Gibilmanna, Gibilrossa e anche mongibello, l’Etna, nome nel quale vediamo fuse la parola araba e quella latina (mons+gebel); o ancora altri toponimi che riflettono una terminologia più generale: Favara (da fawwara ‘sorgente’), Burgio, Borgetto (da burg ‘torre’) e numerosi altri ancora. Ma non solo i toponimi, anche gli antroponimi, cioè in cognomi, sono importanti. Per rimanere allo strato arabo, posso ricordare Macaluso (‘schiavo affrancato’), Cangemi (‘salassatore’), Garufi (‘duro, crudele’), Morabito (‘eremita’), Mamone (‘fortunato’), Sciortino (‘guardia’), Zarcone (‘rosso, colorito in viso’).”
 

Scoperte davvero interessanti. E a voi vengono in mente altre parole che derivano dall'arabo? 
L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Alla fine del 2019 muore in un attentato Al Baghdadi, leader del più pericoloso gruppo terroristico al mondo. Ma chi è stato davvero, chi lo ha tradito? E davvero la sua morte ci ha messo al sicuro? Sono partita da queste per ricostruire la parabola dell’Isis negli ultimi dieci anni e lo fa in un viaggio nella storia dall’Europa al Medio Oriente e ritorno. Per capire come ha cambiato le nostre vite dalla sua nascita a oggi a partire dalla tragedia della guerra in Iraq e Siria e passando per i più gravi attentati in Europa, le violenze sulle donne curde, la caduta di Mosul e i molti grandi e piccoli eventi che hanno segnato la storia della guerra al terrore di questi anni. 
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