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Ben ritrovati, 

Questa settimana ho deciso di fare uno strappo alla regola e di raccontare anche un pezzetto della mia storia. 

Da bambina, appena arrivavo in campagna la prima cosa che facevo era correre nell’orto a guardare se erano cresciute le fragole. C’era una piantina di fragoline di bosco, di quelle piccole e dolcissime, l’avevamo piantata un’estate con mio padre. 


Quando arrivava il momento di partire, iniziavo a pensarci. Chissà se sono cresciute mi chiedevo. E appena scesa dall’auto correvo da lei, dalla piantina. Era piccola ma era forte. Ogni volta che trovavo una fragola il cuore iniziava a battermi forte. Era una gioia immensa. Staccavo la fragola e la mangiavo subito. Poi però alla gioia subentrava il dispiacere, mi mettevo a piangere perché non ce ne erano altre e mi sentivo in colpa perché mi sembrava di aver rubato qualcosa. Ricordo mio padre che mi sorrideva dicendo, ricrescerà vedrai. Devi solo innaffiarla e volerle bene. 

Non so se ci sia ancora quella piantina in quella casa che esiste ancora ma non è più nostra. Qualche settimana ho comprato tre piantine nuove e le ho messe sul ballatoio, al sole, qui in città. Ora ogni mattina, appena sveglia vado a vedere come stanno. Le fragole sono belle, rosse, stanno crescendo. Non so se le mangerò, non penso. Credo che le regalerò. O se lo farò ed eviterò di piangere vorrà dire che forse sono cresciuta un poco anche io. 



Vi racconto questa storia perché di recente mi hanno detto che chi parla di sé non ascolta gli altri. Io invece credo che, ogni tanto e senza protagonismi, sia giusto dare un pezzo della propria storia agli altri. Un po' come quei frutti rossi che crescono e sono lì a disposizione di tutti.   Se poi uno non vuole prenderli, li lascia lì, oppure, se non gliene piace il gusto decide di non rimangiarli più.

Poi vi racconto la storia di Mohammed Aisha, un marinaio siriano che trovate sotto. Un uomo che, nonostante tutto, ha deciso di tornare in mare. 

Quando scendiamo a terra sentiamo nostalgia del mare, ci manca. Il pericolo ci piace, ci fa sentire vivi, ma allo stesso tempo ci terrorizza. Alcuni di noi lo evitano come la peste. Ma altri no, devono andare in mezzo alla tempesta, devono viversela. Eppure, quando sono al largo, anche i marinai più esperti hanno nostalgia del porto, lo idealizzano, lo ricordano caldo e sicuro anche se non lo è sempre. Così ritornano, ogni volta sono un po’ diversi da quando sono partiti, ma ritornano.

Infine vi lascio una recensione di un libro che sto leggendo e che parla di gatti perduti e di una guerra che si è portata via i sogni. 




Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Storia di un marinaio 

 

La storia di Mohammed Aisha inizia  a Gedda, in Arabia Saudita, il 5 maggio 2017, quando Aisha –originario di Tartus, una città siriana affacciata sul mar Mediterraneo – si unisce all’equipaggio della nave mercantile MV Amin come primo ufficiale. Due mesi dopo la nave viene bloccata dalle autorità egiziane nel piccolo porto di el Adabiya, vicino all’imbocco del Canale di Suez perché le sue certificazioni di sicurezza sono scadute.

La situazione si sarebbe potuta risolvere facilmente con una revisione, ma l’armatore libanese della nave si rifiuta di pagare le necessarie spese di carburante, e la società proprietaria della nave, con sede in Bahrein, è in difficoltà finanziarie: per questo la nave viene abbandonata. Per le autorità egiziane però è necessario individuare una persona che ne sia legalmente responsabile e che resti a bordo dell’imbarcazione. Il capitano della nave – egiziano – in quel momento si trova a terra, e quindi viene scelto Aisha, che è il membro dell’equipaggio di grado più alto.

Inizialmente Aisha non capìsce cosa comporti l’ordine del tribunale; solo alcuni mesi dopo, quando gli altri membri dell’equipaggio cominciarono ad andarsene e lui non può seguirli, scopre di non poter lasciare la nave a meno che non sia stata venduta o che un’altra persona prenda il suo posto. Intanto, le autorità egiziane trattengono il suo passaporto siriano.

Gli anni passati da allora non sono stati facili per Aisha. Nell’agosto del 2018 gli arriva la notizia della morte di sua madre, senza che abbia potuto rivederla. Un anno dopo il marinaio è ormai completamente solo sulla MV Aman, ormai priva di carburante e quindi di elettricità. Nessuno gli paga uno stipendio e le sue condizioni psicologiche continuano a peggiorare: ha raccontato a BBC che di notte la nave gli sembrava una tomba.

La vita sulla nave è malsana anche perché, oltre a mancare elettricità e acqua corrente, ci sono ratti, mosche e zanzare, in alcuni periodi particolarmente numerose. Un medico che lo ha visitato di recente ha detto che Aisha mostra i sintomi delle persone tenute imprigionate per anni in cattive condizioni: è malnutrito e anemico, e ha dolori alle gambe. Nel tempo anche le condizioni della MV Aman sono peggiorate e oggi la nave è fatiscente.

Nel marzo del 2020 una tempesta fa perdere alla MV Aman il suo ancoraggio: l’imbarcazione va quindi alla deriva per 8 chilometri, finché non si arena a qualche centinaia di metri dalla costa, vicino alla città di Adabiya. Aisha ha raccontato di essersi spaventato molto durante la deriva della nave, di aver pensato che la tempesta fosse stata «un atto di Dio» perché lo aveva avvicinato abbastanza alla costa da permettergli di nuotare fino a riva per ricaricare il proprio telefono e comprare delle provviste ogni due o tre giorni. Queste spedizioni a terra potevano durare però al massimo due ore, perché la zona vicina alla nave è un’area sotto il controllo militare.

La società proprietaria della MV Aman, la Tylos Shipping and Marine Services, ha detto alla  Bbc di aver provato negli anni ad aiutare Aisha, ma di non aver potuto farlo perché non potevano chiedere alle autorità egiziane di revocargli lo status di guardiano legale: «Ci ho provato ma non riesco a trovare una singola persona sulla Terra per rimpiazzarlo», ha spiegato un rappresentante della società. 

L’International Transport Workers’ Federation ha cercato per mesi di convincere la Tylos Shipping and Marine Services a risolvere la situazione di Aisha e, non riuscendoci, si è impegnata per far tornare il marinaio a casa in un altro modo.

Il 22 aprile Aisha è potuto tornare dalla sua famiglia e, nonostante la terribile esperienza che ha vissuto, dice di voler riprendere il suo lavoro di marinaio.

 

Come sottolinea il Post, Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di giustizia sociale, attualmente ci sono 250 casi di navi abbandonate con persone a bordo. Nel 2020 i nuovi casi – 85 in totale – sono raddoppiati rispetto all’anno precedente.

In questa casistica, la storia di Mohammed Aisha è particolarmente esemplare. È stata raccontata e fatta conoscere dalla Bbc nei giorni in cui il Canale di Suez era sotto l’attenzione dei media internazionali per via della Ever Given, che ci si era incastrata.

Altri marinai si sono trovati o si trovano tuttora in una situazione simile perché capita spesso che le società che si occupano di commercio marittimo abbiano grossi debiti. Anche Vehbi Kara, un capitano turco, è rimasto per mesi su una nave abbandonata nel Canale di Suez: grazie all’intervento dell’International Transport Workers’ Federation ora vive in un hotel non distante da dove è ancorata la nave, ma non può lasciare l’Egitto.

Altri 19 marinai, quasi tutti indiani, sono invece bloccati sulla portacontainer Ula nel porto iraniano di Asaluyeh dal luglio del 2019: di recente hanno iniziato uno sciopero della fame perché qualcuno li aiutasse. Uno di loro ha detto alla rivista di settore Lloyd’s List che la situazione a bordo è «critica», che i marinai soffrono di depressione e che le loro famiglie stanno finendo il denaro per mantenerli, visto che non ricevono stipendio.

Anche i 25 marinai indiani della Ever Given rischiano di subire una simile sorte. La nave al momento è bloccata nel grande Lago Amaro, uno degli slarghi del Canale di Suez: le autorità egiziane l’hanno sequestrata in attesa di concordare un risarcimento a favore dell’Egitto a causa dei danni causati dall’ingorgo che la nave aveva creato nel canale.

 

 

 

Pelle nera 

Il Ramadan è la stagione delle sitcom e delle serie TV in tutto il Medio Oriente, ma in particolare nello Yemen, dove pochi canali trasmettono prodotti di intrattenimento al di fuori del mese sacro del digiuno musulmano.

E se come altrove (vi ho raccontato dell’Egitto), la politicizzazione degli spettacoli del Ramadan non è insolita in Yemen, una nuova serie, "Cappuccino", ha suscitato un notevole scalpore presentando due attori in blackface.

 

Blackface è l'atto di scurire il tono della propria pelle in quella che viene denunciata come una caricatura razzista dei neri e un'appropriazione delle culture nere. 

Il Blackface è piuttosto diffuso in Medio Oriente

 

Cappuccino, trasmesso dalla Yemen Shabab TV, con sede in Turchia, raffigura due personaggi neri che lavorano come camerieri in ​​un bar. Ma sono interpretati da attori yemeniti in blackface che parlano un arabo storpiato di proposito per imitare i rifugiati africani nello Yemen.

Diverse scene di "Cappuccino" sono state criticate, tra cui una in cui l'attrice in blackface bacia una donna yemenita dalla pelle più chiara sulla guancia e quest'ultima esprime un visibile disgusto.

In un'altra scena, la stessa attrice in blackface si presenta come la "manager dei bagni".

Lo spettacolo ha causato indignazione, con alcuni che chiedono che la Yemen Shabab TV cancelli del tutto Cappuccino . Anche il famoso fumettista yemenita Rashad Al-Samie è entrato nella polemica. 

Per molti yemeniti, compresi alcuni con origini africane, lo spettacolo è razzista. 

 

Si dice che la comunità di Akhdam, che si distingue dalla più ampia popolazione yemenita per la pelle più scura, discenda dai soldati etiopi che si stabilirono nel paese durante le invasioni axumite pre-islamiche. Poiché non hanno un'origine tribale confermata, sono stati spesso trattati come stranieri e sono costretti a carriere umili, spesso come calzolai o spazzini.

 

Nel frattempo, negli ultimi anni migliaia di persone provenienti da tutta l'Africa orientale hanno utilizzato i trafficanti per attraversare il Mar Rosso, sperando di entrare in Arabia Saudita. Lo Yemen è spesso l'unica via percorribile per entrare nel Paese, e spesso diventa punto di transito per risparmiare denaro prima di spostarsi nel regno ricco di petrolio. Ma ora, in tanti, sono rimasti bloccati a causa della pandemia. 

Un libro 

«In arabo un gatto ha sette anime. Nella nostra lingua invece ha nove vite. Tu probabilmente hai nove vite e sette anime, perché altrimenti non so come avresti fatto a cavartela finora.»

Una foto scattata per strada, a Homs, in Siria. Le macerie intorno. Due bambini, uno in punta di piedi su una bicicletta scalcinata, l'altra con un gatto randagio stretto al petto. Una ordinaria scena di gioco tra le bombe, in un paese che sta cadendo a pezzi, catturata per caso dall'obiettivo della macchina fotografica. Sami ha sempre avuto la passione della fotografia, e di immagini come queste ne ha fotografate tante. Finché si è reso conto che non era abbastanza. La Siria in cui è cresciuto era un paese come tanti. I bambini andavano a scuola, i gatti giravano furtivi per le strade di campagna, gli amori sbocciavano. Finché la guerra non ha cambiato tutto. È stato allora che Sami ha capito che non voleva avere paura e non voleva accettare quello che stava succedendo in un paese il cui governo trucida i suoi stessi cittadini. Comincia così il suo viaggio di dissidenza, di ribellione, fino all'esilio e alla richiesta di asilo politico in Francia. Ma anche da così lontano Sami porterà sempre nel cuore quel paese in cui un tempo per strada passeggiavano i gatti, come in ogni paese normale.

I gatti perduti di Homs, edito da Piemme, è scritto da Eva Nour, pseudonimo della scrittrice che ha conosciuto il vero Sami poi diventato nella vita reale il suo compagno e di cui ha deciso di raccontare la storia proteggendone l'identità. 

 

 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Alla fine del 2019 muore in un attentato Al Baghdadi, leader del più pericoloso gruppo terroristico al mondo. Ma chi è stato davvero, chi lo ha tradito? E davvero la sua morte ci ha messo al sicuro? Sono partita da queste per ricostruire la parabola dell’Isis negli ultimi dieci anni e lo fa in un viaggio nella storia dall’Europa al Medio Oriente e ritorno. Per capire come ha cambiato le nostre vite dalla sua nascita a oggi a partire dalla tragedia della guerra in Iraq e Siria e passando per i più gravi attentati in Europa, le violenze sulle donne curde, la caduta di Mosul e i molti grandi e piccoli eventi che hanno segnato la storia della guerra al terrore di questi anni. 
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