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Ben ritrovati,

Oggi è una giornata speciale, perché dieci anni fa esatti è capitato un evento che ha decisamente cambiato il corso della mia storia. Ma di questo forse vi racconterò un altro giorno perché, come diceva qualcuno, prima di scrivere è necessario vivere.

Oggi invece vi parlo di un altro anniversario, quella della liberazione di Kobane, definitivamente ripresa nel 2015 dalle forze curde dello Ypg che riuscirono a scacciare i miliziani dell'Isis. Quella battaglia ha in qualche modo segnato anche le nostre vite e la mia generazione ed è per questa ragione che voglio ricordarla. Ma mi chiedo anche cosa sia cambiato a distanza di sei anni, perché l'Isis ancora spadroneggia, la Turchia ancora impedisce la nascita del Rojava, il progetto confederale di autonomia sognato da Ocalan e lo stesso "Apo", come i curdi chiamano il loro leader, resta in carcere. Possibile dunque che nulla possa cambiare, nonostante l'impegno e il sangue versato? 


Nella seconda bustina di the trovate un documentario di una collega che stimo molto e che ha fatto un bel lavoro sulle mutilazioni femminili, pratica barbara le cui vittime vengono ricordate con una giornata internazionale,  il 6 febbraio. E' un argomento cruento e faticoso, ma Emanuela Zuccalà lo tratta con sensibilità e intelligenza. Dunque se vi interessa sotto trovate tutte le informazioni per guardare il suo lavoro. 

E infine Ethos, la serie di Netflix che tutti state guardando. L'ho vista anche io - non l'ho ancora finita perché, come al solito, mi addormento immediatamente prima del finale. Ma ne sono rimasta incantata. Trovo davvero profondo il racconto che viene fatto della società turca, con uno spaccato anche sulla cultura popolare, quella delle serie tv, delle canzoni e delle tradizioni. Così come mi ha colpito la fotografia meravigliosa. Penso però che la forza di questa serie sia data dalla seduta di terapia collettiva cui in qualche modo costringe tutti i suoi spettatori. Un toccasana per l'anima in questi tempi strani. 


Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Un anniversario 


 

L'assedio di Kobane è durato 134 giorni. Era iniziato in settembre, quando i primi colpi dell'Isis avevano ferito la città. In migliaia erano scappati. Ma a difendere la città  rimasero, tra gli altri, i miliziani e le miliziane curde dello YPG e dello YPJ. 

Il mondo si fermò a guardare per giorni con il fiato sospeso. E tanti giovani  dall'Europa e dagli Stati Uniti decisero di unirsi alla battaglia per difendere quella città sotto la collina. La bandiera del Califfato faceva paura. E non faceva paura solo agli abitanti di Kobane. Ma terrorizzava anche tutti noi, dopo gli attacchi terroristici di Parigi. 

La battaglia per Kobane è considerata un punto di svolta nella guerra contro l'Isis.  I miliziani di Al Baghdadi, avendo concentrato le proprie forze in un'area relativamente ristretta, subirono pesanti perdite per via dei bombardamenti della coalizione a guida statunitense. E non riuscirono più nella loro avanzata. 

La città fu completamente riconquistata il 27 gennaio 2015. Le milizie curde, insieme a gruppi armati arabi alleati e coperte dagli attacchi aerei americani effettuarono rapide avanzate nelle zone rurali della città, costringendo l'Isis a ritirarsi a 25 chilometri dalla città entro il 2 febbraio 2015. Kobane, di fatto, è stata la prima delle ultime battaglie del Califfato. 


Sei anni dopo, però l'Isis non è sconfitto. Esiste e uccide ancora, sopratutto in Iraq - è di pochi giorni fa il duplice attentato kamikaze che ha fatto decine di vittime a Baghdad. E i suoi miliziani vagano di guerra in guerra, per lo più al soldo dei regimi che li assoldano per il lavoro sporco. Ma non solo. Il sogno di autonomia confederale del Rojava resta ancora un miraggio e appare sempre più fragile, mentre Erdogan minaccia di riprendere le operazioni militari contro il nord est siriano. Il nemico è ancora lì, così come lo è la sua ombra.

Noi stessi non sembriamo certo essere usciti più forti da quella battaglia e non sembriamo assolutamente aver imparato la lezione perché tradire il tuo alleato significa perdere. A questo proposito mi ha molto colpito la notizia che Hillary Clinton voglia finanziare una serie tratta da The Daughters of Kobani: A Story of Rebellion, Courage, and Justice dello scrittore Gayle Tzemach Lemmon, un libro basato su centinaia di ore di interviste con le miliziane delle Unità di protezione delle donne (YPJ), l'ala femminile dello YPG. Lo YPG è il braccio armato del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK),  gruppo di sinistra in lotta contro la Turchia dal 1984. La notizia è stata accolta con indignazione dalla stampa turca, che accusa Clinton di voler riabilitare il PKK. Ma non solo. Critiche sono arrivate anche dal lato curdo per la scarsa coerenza dei Clinton. Nel 1997, sotto la presidenza del marito di Clinton, Bill, il PKK è stato designato come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato statunitense, una classificazione che persiste fino ad oggi, ma non si applica allo YPG o alle YPJ che gli americani e le potenze occidentali hanno supportato - ma anche utilizzato - per sconfiggere l'Isis. E ancora Il leader del PKK, Abdullah Ocalan, è stato catturato in Kenya con il sostegno della Cia proprio sotto la presidenza di Bill Clinton, prima di essere rimpatriato per il processo in Turchia, dove è tutt’ora detenuto. Difficile dunque, per molti, pensare a un interesse sincero nei confronti della causa curda da parte dell'Occidente e di Washington in particolare. 

Dunque cosa è rimasto della battaglia di Kobane, solo l'immagine iconica di quelle giovani donne impegnate nella battaglia? A cosa sono serviti tutti quei morti? Siamo usciti migliori da quella battaglia? O riusciamo ancora una volta ad essere solo profondamente egoisti e incoerenti lasciando così il campo libero ai nostri nemici? 

Un documentario

In Liberia, la mutilazione genitale femminile è legale. Viene praticata come iniziazione a una società segreta di sole donne, chiamata Sande, diffusa in 11 delle 15 contee del Paese. Sande è considerata custode della tradizione e della cultura degli avi. Nelle sue “scuole nella foresta”, il cui rito d’ingresso è il taglio del clitoride, le bambine trascorrono da pochi mesi a qualche anno, per imparare il ri- spetto degli anziani, le mansioni di future mogli e madri, le danze e i canti. Rimanendo totalmente analfabete.

Le “scuole nella foresta”, inaccessibili a chi non fa parte della società segreta, ricevono regolari licenze dal ministero degli Interni. Finora, l’enorme influenza politica di Sande ha frenato il Parlamento dal varare una legge che criminalizzi la mutilazione genitale femminile.
Se in tanti Paesi africani decenni di battaglie femminili sono riusciti a ridurre le mutilazioni genitali, e a renderle punibili per legge, in Liberia il cammino è appena cominciato. Dando voce a tre attiviste liberiane per i diritti delle donne, che rischiano la vita per il loro coraggio di opporsi a Sande, questo film di Emanuela Zuccalà si unisce alla loro denuncia sofferente e appassionata.

Con l’intento di sollevare un’indignazione internazionale che riesca a mettere fine a queste crudeli tradizioni. 

 

Il documentario sarà proiettato, con un breve talk a seguire,  giovedì 4 febbraio alle 19 nel cinema virtuale di Distribuzioni dal Basso.

E sarà seguito da un incontro in diretta streaming sulle pagine facebook di Zona e Open DDB con la regista, Valeria Scrilatti (direttrice della fotografia), Giulia Schiavoni (No Peace Without Justice), con la moderazione di Stefania Ragusa (giornalista africanista).

 

La piccola donazione richiesta servirà a coprire, oltre all’ospitalità di Distribuzioni dal Basso, anche alcuni costi di produzione del film, e ne renderà accessibile la visione per 24 ore.

Una serie

Di Ethos, serie che trovate su Netflix, si è parlato parecchio sia in Turchia, come è naturale, che all'estero. Bir Baskadir -  questo il titolo turco della serie che in italiano si traduce con "Qualcos'altro"  - racconta di più personaggi che vivono a Istanbul i cui percorsi sono tutti collegati tra loro, con un paio di gradi di separazione o giù di lì. 

Scritta e diretta da Berkun Oya, regista e sceneggiatore di 43 anni con un background teatrale, la serie affronta un tema complesso come quello dell'islamizzazione della società turca e del rapporto con la religione. Lo fa guardando la questione da punti di vista di strati sociali diversi e confrontando archetipi diversi. Se per alcuni critici, i protagonisti di Ethos sono in parte stereotipati, uso la parola archetipi perché credo che questa serie sia una seduta psicanalitica collettiva, nella quale i personaggi si confrontano continuamente con il loro passato ma anche con quello altrui. Non a caso uno dei personaggi cita Jung parlando della necessità di ritrovare se stessi attraverso il confronto con la società. 
 

Dice un proverbio turco «buchiamo la nostra pelle con l'ago e quella degli altri con il punteruolo».  In un certo senso è quello che fa anche questa serie: ci mette davanti alla nostra fragilità e alla nostra tendenza di essere più indulgenti con noi stessi che con gli altri, ma allo stesso tempo ci ricorda come il rapporto con l'altro ci sia indispensabile per scavare dentro noi stessi.

Assolutamente da vedere, se non l'avete ancora fatto. 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Racconta di cinque anni sul campo e in redazione, tra l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan, il Libano, il Mediterraneo ma anche l'Italia. Nei prossimi giorni troverete alcune copie firmate alla Bibliothe di via Dezza a Milano, un luogo che amo molto e dove vado a rifornirmi di the, oltre che di buon umore. 
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