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Ben ritrovati,

Questa settimana - un giorno in ritardo, lo so, portate pazienza ma sono settimane concitate - vi racconto la storia di una famiglia di donne yazide. E' stato un regalo poter parlare con loro. Uno di quei doni che tieni stretto al cuore, come quelle donne fanno coi quaderni delle lezioni di inglese e di tedesco che stanno seguendo nel nord dell'Iraq, nel Kurdistan iracheno, dove ora vivono. 

Per la seconda parte di questa tazza di the vi lascio un po' di profumo di rose. E se il pensiero corre a Damasco - dove tra pochi giorni si vota per un risultato decisamente scontato, visto che il presidente Assad inizierà a breve il suo quarto mandato - viene da chiedersi se mai, dopo anni di guerra, la Siria riuscirà finalmente a risentire quel profumo. 

Infine vi segnalo un progetto interessante sul Ramadan iniziato settimana scorsa. Lo ha creato Aya Mohamed (su Instagram @milanpyramid), una giovane donna musulmana italiana. Nata in Egitto ma cresciuta a Milano, Aya studia Scienze Politiche Internazionali alla Statale di Milano e sul suo blog racconta il proprio punto di vista su tematiche diverse.


Se poi stasera alle 18 aveste voglia, ho il piacere di moderare questo evento di Ispi sull'Afghanistan in cui si parlerà del futuro di questo Paese dopo il ritiro delle truppe internazionali. Siateci, se vi va. 


Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Ritratto di signore


Nasrin è una giovane donna coi capelli castani, lucidi come l’ebano dagli occhi dolci e già segnati dal dolore nonostante la sua giovane età. Viveva con la sua famiglia a Sinjar, la sua vita era tranquilla per lo più, andava a scuola, usciva ogni tanto con le amiche. E la sera si ritrovava con le sue quattro sorelle e sua nonna in cucina. Le donne erano il fulcro di quella famiglia grande e serena. Nonna Gul sapeva sempre cosa dire alle sue figlie e alle sue nipoti quando erano in difficoltà o soffrivano per qualche ragione. Ogni tanto raccontava loro le storie della sua infanzia e cercava di dare loro la forza per evitare che le sue sofferenze e i suoi sbagli fossero anche i loro. 

Poi un giorno - era il 3 agosto del 2014 -  gli uomini di Daesh sono arrivati giù dalla montagna. Hanno preso tutto, bruciato, razziato, ucciso.  Una volta giunti alla porta di Gul e delle altre donne, hanno trascinato via il padre di Nasrin. Del resto di quello che è successo in quelle ore, è meglio non chiedere. Il dolore è ancora tutto li, in quelle pupille che si dilatano al solo ricordo mentre lo sguardo cerca una via di fuga verso l'orizzonte. 

Gul, le sue figlie e le sue nipoti sono riuscite a scappare, un cugino le ha aiutate caricandole su un’auto scassata, lì pigiate tra le valigie e le coperte. E dopo tanti giorni di cammino sono arrivate in Iraq dove vivono ancora oggi e dove le ho incontrate. Abbiamo parlato al tramonto all'ingresso della loro tenda, mentre i bambini giocavano, le pecore pascolavano e gli ultimi raggi di sole accarezzavano dolci la collina. Nasrin e le sue sorelle tenevano tutte dei quadernetti stretti sul cuore. Stanno studiando inglese, tedesco, vorrebbero un giorno di raggiungere chi il marito, chi il fratello. Nasrin invece dice che sogna di diventare un medico e spera un giorno di tornare nella sua terra.  Di quel padre portato via non hanno più notizie. Non sanno con certezza se sia morto o vivo. E nemmeno sanno dove piangere quell’uomo che le aveva protette fino ad allora. "Fermati a cena con noi", mi hanno chiesto con un sorriso. 

Oggi Gul, le sue figlie e le sue nipoti vivono tutte insieme. Hanno paura. La vita nel campo è dura. Si devono difendere e guardare le spalle. Di notte faticano a prendere sonno. Le ferite bruciano ancora, gli incubi e i ricordi le fanno rigirare nel letto mentre il sudore ghiaccia sulla fronte.  Ma hanno qualcosa che nessuno è riuscito a togliere loro. Hanno la speranza. Sempre più fiaccata, indebolita, umiliata, perfino, a volte. Ma niente ha potuto strappare dai loro occhi quella luce che, ogni tanto, ancora fa capolino tra le ciglia, mentre sorridono e aprono la loro tenda a me che sono straniera e nulla so delle loro sofferenze.

Ed è a loro che mi aggrappo, è per raccontare quella luce che sento di dover lottare, ancora. E ancora. Finché avrò forza. Perché questo è il mio compito. Questa è la mia vita. 

 

 

Profumo di rose 

Ogni primavera, le rose fioriscono nella città saudita occidentale di Taif, trasformando il vasto paesaggio desertico del regno in un rosa vivido e profumato.

Ad aprile, inizia il raccolto delle rose per l'olio essenziale utilizzato per pulire le pareti esterne della sacra Kaaba, la struttura cubica nella città santa della Mecca verso cui pregano i musulmani di tutto il mondo.

Quest'anno il raccolto cade durante il mese di digiuno del Ramadan, che i musulmani osservanti dedicano alla preghiera e alla riflessione.

L'olio profumato è diventato popolare tra i milioni di musulmani che ogni anno visitano il regno per pellegrinaggi. I motivi di piante e fiori fanno parte da tempo dell'arte islamica.

Conosciuta come la città delle rose, con circa 300 milioni di fioriture ogni anno, Taif ha più di 800 fattorie di fiori, molte delle quali hanno aperto le loro porte ai visitatori. Mentre i lavoratori raccolgono fiori nei campi, altri lavorano nelle baracche, riempiendo e pesando cesti a mano.

I fiori vengono poi bolliti e distillati. "Iniziamo a far bollire le rose a fuoco vivo finché non sono quasi evaporate, e questo richiede dai 30 ai 35 minuti", ha detto all' Afp Khalaf al-Tuweiri, proprietario della fattoria Bin Salman che prende il nome dalla potente famiglia reale saudita. "Dopodiché abbassiamo il fuoco per circa 15-30 minuti fino a quando inizia il processo di distillazione, che dura otto ore".

Una volta che l'olio galleggia sulla parte superiore dei barattoli di vetro, inizia il processo di estrazione. L'olio viene quindi estratto con una grande siringa per riempire fiale di dimensioni diverse, la più piccola costa 400 riyal sauditi, l'equivalente di 100 dollari.


 

Un libro per capire

Aya Mohamed, 24 anni, studia scienze politiche e sul suo canale Instagram @milanpyramid, Milan Pyramid condivide le sue passioni per la moda e il beauty e fa attivismo per sensibilizzare le persone. 
A Vanity Fair ha raccontato: "Quando si parla di Medio Oriente si parla di tanti paesi e di tante regioni con culture e tradizioni anche molto diverse tra di loro, accomunate da una sola lingua, l’arabo, e dalla religione islamica. Islam e cultura araba dunque hanno sempre fatto parte della mia vita ma non li ho mai considerati importanti, nel senso che seguivo le varie regole, pregando e digiunando, ma era più una consuetudine che un qualcosa che mi veniva da dentro. Finché a 16 anni circa ho affrontato un periodo di crisi d’identità. Tutti i ragazzi di seconda generazione crescono sentendosi un po’ fuori luogo, di non appartenere né al paese di origine né a quello dove stanno crescendo. Non capivo cosa fossi: cercavo un’identità legata a un luogo fisico. E invece l’ho trovata nella mia fede. È stato un processo lungo, durato qualche anno, durante il quale mi sono fatta tantissime domande anche sugli usi tradizionali – perché preghiamo 5 volte al giorno? perché le donne musulmane indossano il velo? perché digiuniamo? -, cose che magari mi avevano insegnato da bambina ma avevo ignorato o dimenticato. Ho fatto tante ricerche per cercare risposta alle mie domande e finalmente, intorno ai 18 anni, dopo un’estate trascorsa in Egitto, mi sono finalmente sentita soddisfatta e molto felice di essere musulmana. E ho deciso di cominciare a indossare il velo".

La storia di Aya è quella di tante ragazze. Aya ora ha deciso di utilizzare la sua popolarità in rete per raccontare la sua religione durante il mese sacro del Ramadan. E sul suo blog ha avviato un progetto interessante, che vi consiglio. Un ebook, in fieri, in cui per ogni settimana di Ramadan viene raccontata una storia. Lo trovate qui da scaricare gratuitamente. 

 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Alla fine del 2019 muore in un attentato Al Baghdadi, leader del più pericoloso gruppo terroristico al mondo. Ma chi è stato davvero, chi lo ha tradito? E davvero la sua morte ci ha messo al sicuro? Sono partita da queste per ricostruire la parabola dell’Isis negli ultimi dieci anni e lo fa in un viaggio nella storia dall’Europa al Medio Oriente e ritorno. Per capire come ha cambiato le nostre vite dalla sua nascita a oggi a partire dalla tragedia della guerra in Iraq e Siria e passando per i più gravi attentati in Europa, le violenze sulle donne curde, la caduta di Mosul e i molti grandi e piccoli eventi che hanno segnato la storia della guerra al terrore di questi anni. 
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