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Ben ritrovati,

Questa settimana vi racconto di un gruppo di donne coraggiose due volte. La prima è perché hanno affrontato l'Isis e sono riuscite a sopravvivere. La seconda è perché oggi stanno sminando le loro terre che gli jihadisti, prima di ritirarsi, hanno infestato di mine. Di loro parla un reportage del Guardian uscito in questi giorni ma c'è anche un documentario molto bello che vi consiglio e di cui ho scritto qualche tempo fa sul Corriere

Poi vi lascio una preghiera. Lunedì Patrick Zaki entra nel suo secondo anno di carcerazione preventiva. E' chiuso da 365 giorni in uno dei peggiori carceri del mondo, quello di Tora. Vi chiedo aiuto per tenere alta l'attenzione su questa storia. Siamo tutti presi da altro, dalle preoccupazioni per la vita quotidiana che è sempre più difficile, è vero. Ma vi chiedo di non dimenticarvi di Patrick e di leggere, ascoltare, riportare. Non è poco, vi assicuro.

Infine vi racconto di un oggetto che ho comprato per imparare l'arabo. Sono tornata un po' bambina mentre aprivo quella scatola e ne sono rimasta incantata, come se fossi entrata in un mondo fatato, fatto di fiabe e racconti. Così ho deciso di condividerla con voi, spero piaccia e magari possa servire a chi, come me, ha deciso di studiare questa lingua così affascinante (e complicata). 


Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Un lavoro


 
«Dove c’erano le mine ora possiamo piantare fiori e ortaggi». Hana Khider ha 28 anni. Prima del 2014 la sua vita era simile a quella di tante giovani yazide. Si era sposata, i bambini andavano a scuola, lei stava a casa, li aspettava, preparava loro da mangiare e li aiutava a fare i compiti. Poi un giorno, il 3 agosto di 6 anni fa, Isis è arrivato a Sinjar. E tutto è cambiato. 


Oggi Hana Kihider è una sminatrice del Mag, ong britannica che opera nel nord dell’Iraq. E ora passa le sue giornate a rimuovere gli ordigni che gli jihadisti hanno lasciato indietro durante la ritirata, dopo aver ucciso 5000 persone e aver ridotto in schiavitù 6mila donne e bambini. 

 

A raccontare la storia di Hana e delle altre giovani sminatrici yazide, un articolo sul Guardian. E ne avevo scritto anche io sul Corrierein occasione dell'uscita di un documentario realizzato in collaborazione con il Nobel Prize e National Geographic, Into the fire. 

«Come molti della mia età sono cresciuto con in testa le immagini di Lady Diana impegnata a favore dello sminamento. Con questo lavoro ho voluto concentrarmi non tanto sugli orrori commessi da Isis contro questa minoranza e in particolare contro le donne», mi ha spiegato il regista Orland von Einsiedel, già autore di White Helmets, pellicola dedicata ai soccorritori della Guardia civile siriana. Le yazide infatti non solo vittime. Se giustamente a lungo si è parlato dagli abusi e dagli orrori commessi dai miliziani dello Stato islamico su queste donne, «credo sia anche giusto dare conto di quanto stiano facendo ora per la loro comunità e rendere omaggio alla loro forza e resilienza». 

Dopo la sconfitta dell’Isis nel 2017 per molti yazidi non è stato possibile tornare a casa. Le mine e gli ordigni erano ovunque a Sinjar, perfino nei frigoriferi e nascosti tra i giocattoli dei bambini, o nelle padelle e nelle pentole. Così oltre all’orrore delle fosse comuni, gli abitanti della regione hanno dovuto fare i conti anche con questo pericolo. E Isis ha continuato a uccidere anche a distanza impendendo a tre quarti della popolazione di fare rientro nelle proprie abitazioni. «Anche per girare il documentario abbiamo dovuto prestare molta attenzione», sottolinea von Einsiedel. «All’inizio ero totalmente terrorizzato perché sapevo che bastava un passo nel posto sbagliato e sarei morto ma poi con il passare dei giorni e seguendo le istruzioni di Hana e delle sue compagne di squadra sono riuscito a orientarmi». 

Hana e le sue colleghe, come molte donne, non sono potute tornare nel loro villaggio perché l’Isis ha distrutto buona parte delle infrastrutture, degli ospedali e delle scuole. E i campi agricoli erano per di più inutilizzati. Alcune di loro avevano subito violenze e per un periodo erano state fatte schiave. Per altre ancora rimaste incinte pesa lo stigma sociale. E mentre la comunità lotta per il riconoscimento da parte delle istituzioni internazionali del genocidio, queste donne non si sono arrese e hanno deciso di mettersi a lavorare per pulire la loro terra dalla morte. Dal 2016 Hana e le altre yazide hanno disattivato più di 27.000 mine. «E nei campi bonificati ora piantiamo melanzane, pomodori e cetrioli e qualche fiore».

Un anno senza Patrick

Lunedì Patrick Zaki entra nel suo secondo anno di detenzione.

Nei giorni scorsi ho intervistato la sua professoressa del Master, Rita Monticelli, e sabato con Conversazioni sul futuro presenteremo i manifesti del concorso di cui vi avevo parlato qualche settimana fa.

Inoltre sul Corriere e sulla pagina Facebook di Amnesty International venerdì alle 18 si terrà una diretta per ripercorrere le tappe che hanno portato all'arresto di questo giovane e bravo studente dell'Università di Bologna.  Come ho scritto nei giorni scorsi, e come mi ha detto anche lo scrittore egiziano Al Aswani, abbiamo tutti il dovere di sperare per Patrick.

Zaki è chiuso in una cella, senza nemmeno una coperta, c'è grande preoccupazione per il suo stato psico fisico e il tono delle poche lettere e messaggi che può mandare all'esterno è sempre più disperato. Noi abbiamo il dovere di sperare, per lui certo. Ma anche per noi stessi. Ed è per questo che non voglio smettere di raccontarvi la sua storia e che vi chiedo aiuto.

Siateci, anche solo con una parola, un pensiero. La libertà di Patrick è anche il diritto di tutti noi a sperare in mondi migliori. 

Un gioco

Imparare l'alfabeto arabo, leggerlo e scriverlo, è una grande sfida. Ho deciso di approfittare di questi mesi di reclusione forzata per concentrarmi sullo studio. Ma come tutti quelli che hanno si sono cimentati con questa lingua, ho scoperto come si tratti di una missione per niente facile. Così, per renderla un po' meno faticosa, mi sono messa a cercare  qualcosa che mi aiutasse. E ho trovato questi cubi di legno con dipinte sopra le lettere. Sono bellissimi: si tratta di un gioco pensato per i bambini ma possono servire anche agli adulti.

Qui trovate tutte le informazioni. Io li ho comprati online qui

 
L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Racconta di cinque anni sul campo e in redazione, tra l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan, il Libano, il Mediterraneo ma anche l'Italia. Nei prossimi giorni troverete alcune copie firmate alla Bibliothe di via Dezza a Milano, un luogo che amo molto e dove vado a rifornirmi di the, oltre che di buon umore. 
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