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Ben ritrovati,

Questa settimana vi racconto la storia  di Ayoub e Imam. E' una storia di un amore nato ai tempi del Covid che mi ha fatto sorridere e allo stesso tempo riflettere. La pandemia sta influenzando tutto, compresi gli affetti e le relazioni. Ma anche il modo di relazionarci e di cercarci gli uni con gli altri. Spesso mi chiedo se torneremo mai indietro e, se da un lato me lo auguro, credo anche che il virus abbia accelerato dei cambiamenti. In che modo due ragazzi come Ayoub e Imam avrebbero trovato il loro compagno se non ci fosse stata la pandemia? Avrebbero accettato un matrimonio combinato? O avrebbero conosciuto qualcuno in un bar? Difficile dirlo. Ma di sicuro sia il virus che la tecnologia hanno decisamente cambiato il corso delle loro vite. E forse non in peggio (o, almeno, così mi piace pensare). 

La seconda storia che vi lascio è decisamente meno leggera. E' un'inchiesta durissima realizzata dal New York Times sul traffico di organi in Afghanistan. Quando sono stata lì per raccontare le sofferenze dei tossicodipendenti afghani ho parlato con tanti bravi medici, tra cui quelli di Emergency, che mi hanno raccontato di quanto sia fragile e inesistente il sistema sanitario afghano. Ecco perché quando ho letto dei trapianti di reni non mi sono stupita ma al tempo stesso mi è venuto da pensare a quanto l'assenza di una struttura di welfare e di controllo della salute abbia un impatto devastante sulla vita delle persone. 

Poi, una serie che vi consiglio e che parla dell'Iraq dopo l'invasione statunitense del 2003 e che fa capire parte di ciò che è successo dopo. E infine un proverbio che ha a che fare con le stelle e con la missione su Marte realizzata dagli Emirati in questi giorni. E chissà che non sia di buon auspicio anche per altre imprese. 
 

Vi lascio alla tazza di the con la speranza di ritrovarvi presto. 
Un amore


 
Ayoub Meralli e Iman non si sarebbero mai conosciuti se non fosse scoppiata la pandemia di coronavirus. Ayoub e Imam si sono incontrati su un'app di dating a maggio del 2020 e questo gennaio si sono fidanzati dopo che i genitori di Imam sono venuti di fretta e furia a Londra dove vive la coppia per assistere alla cerimonia. 

Amarsi ai tempi del Covid-19. «Il fattore più importante è stato il coronavirus, la pandemia e il blocco in cui ci trovavamo, e la pressione dei nostri genitori e delle nostre famiglie affinché ci sposassimo», racconta Ayoub a The National. «Ogni volta che aprivo il computer per le chiamate, le solite domande:  "quando ti sposi", "quando ti sposi"? "Perché non sposi qualcuno dello Yemen?" "Perché non sposi qualcuno del Pakistan?" "Perché non ti sposi e basta?"». Ayoub spiega anche di essere stato da sempre «terrorizzato» all'idea di dover ricorrere a un matrimonio combinato.  

La pandemia ha visto un'enorme crescita nei siti di incontri e nelle app, in particolare quelli dedicati ai musulmani, fin qui più restii ad utilizzare la tecnologia per trovare una compagna o un compagno. 
Muzmatch, la più grande app di appuntamenti musulmani al mondo, ha guadagnato 1 milione di nuovi utenti solo nei sei mesi precedenti, il 35% dei quali di etnia araba. È stata fondata nel 2011 dall'inglese-asiatico Shahzad Younas come sito  di matrimoni per musulmani. Ex esperto di vendite e algoritmi di Morgan Stanley, Younas ha lasciato il suo lavoro nel 2014 per sviluppare l'app a tempo pieno. L'app, che opera in 190 paesi e 16 lingue, conta ora 4 milioni di utenti in tutto il mondo e 50 dipendenti.


Ayoub, che è metà yemenita e metà pakistano, è stato un utente Muzmatch per lo più inattivo  per circa un anno prima di sposarsi con Iman. Mentre Iman usava un'app di dating per la prima volta in  vita sua. 

Oggi Ayoub e Iman aspettano di sposarsi con rito civile in Gran Bretagna quando finirà il lockdown e sperano di poter celebrare il loro matrimonio in Pakistan e Indonesia quando il mondo si riaprirà.

«Nel primo lockdown ci siamo conosciuti, nel secondo ci siamo fidanzati, il terzo sarà quello matrimonio», dice Ayoub.
 
Un'inchiesta 

Dovrebbero leggerla tutti questa inchiesta che ha pubblicato il New York Times. Quello del traffico d'organi è un tema complesso che attira molto la curiosità ma che difficilmente viene trattato con serietà. Ora il New York Times lo affronta in un contesto particolarmente difficile, l'Afghanistan. Secondo quanto raccontano  Adam Nossiter e Najim Rahim (le fotografie sono di Kiana Hayeri) il business illegale dei reni sta esplodendo nella città occidentale di Herat, dove per il Loqman Hakim Hospital, i trapianti sono un grande affare. I funzionari si vantano di aver eseguito più di 1.000 trapianti di reni in cinque anni, attirando pazienti da tutto l'Afghanistan e dalla diaspora afghana globale. La struttura pubblicizza operazioni a prezzi scontati a un ventesimo del costo delle stesse procedure in un Paese occidentale. 

 

In Afghanistan, come nella maggior parte dei Paesi, la vendita e l'acquisto di organi è illegale, così come l'impianto di organi acquistati da medici. Ma la pratica rimane un problema mondiale, in particolare quando si tratta di reni, poiché la maggior parte dei donatori può convivere con uno solo. I resoconti della vendita di organi risalgono agli anni '80 in India, secondo le Nazioni Unite, e oggi la pratica rappresenta circa il 10% di tutti i trapianti globali. L'Iran, a meno di 80 miglia da Herat, è l'unico Paese in cui la vendita di reni non è illegale, purché le parti siano iraniane.

«In Afghanistan tutto ha un valore, tranne la vita umana», ha spiegato il dottor Mahdi Hadid, membro del consiglio provinciale di Herat. Secondo la Banca mondiale, il tasso di povertà dell'Afghanistan dovrebbe raggiungere oltre il 70% nel 2020, e il Paese rimane in gran parte dipendente dagli aiuti esteri; le entrate nazionali finanziano solo circa la metà del bilancio pubblico. Senza alcuna rete di sicurezza pubblica, l'assistenza sanitaria è solo un'altra opportunità per sfruttare i più vulnerabili. 

Una serie

Baghdad Central ha sicuramente un merito: racconta una fase della guerra in Iraq poco esplorata dalla cinematografia. E per una volta descrive l'intervento militare statunitense in Iraq per quello che è, dando conto anche delle ombre e dei crimini di guerra commessi. 

 Firmata da Stephen Butchard, già autore  del successo di House Of Saddam, la serie, in sei episodi, è la trasposizione televisiva del romanzo omonimo del 2014 di Elliott Colla.
 «un drama emozionante» secondo il Guardian, mentre per il Wall Street Journal è «impossibile interromperne la visione»Al centro della storia raccontata in Baghdad Central - che prende il nome dal distretto di polizia centrale -  l'ex ispettore Muhsin al Khafaji.   L'uomo ha perso praticamente tutto, e combatte quotidianamente per mantenere al sicuro se stesso e la sua secondogenita Mrouj, gravemente malata. Quando scopre che sua figlia maggiore, Sawsan, è scomparsa, Khafaji sarà costretto a intraprendere una disperata ricerca per trovarla.  A causa di un errore Khafaji viene arrestato e torturato dagli americani perché sospettato di essere membro delle milizie. Lo aiuterà l'incontro con un ex ufficiale di polizia britannico, Frank Temple  che lo recluta per lavorare con lui nella Green Zone.

Al di là della trama e dei colpi di scena è anche il profilo che la serie fa dei cosiddetti insurgent, coloro che si opposero all'occupazione irachena e che in  buona parte andranno a costituire la base di quello che molti anni dopo verrà chiamato Isis. Da vedere (su Sky se lo avete ma si trova anche sulle piattaforme di streaming). 

 
Un proverbio per Marte

 «Se ti sei avventurato alla ricerca della gloria, non accontentarti di niente, se non delle stelle» Con queste parole la Nasa, l'agenzia spaziale statunitense, ha salutato in un tweet di congratulazioni il team della missione su Marte degli Emirati Arabi Uniti dopo che ieri la sonda Hope è entrata nell'orbita del pianeta rosso. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto la storia, diventando la quinta nazione a raggiungere Marte e il primo Paese arabo a farlo. Le parole usate dalla Nasa sono del poeta iracheno Al Mutanabbi, considerato uno degli autori più importanti della lingua araba. 

Nato in una famiglia povera ma illustre a Kufa nel 915 d.C., Abu Al Tayyib Ahmad ibn Al Husayn Al Mutanabbi fu istruito proprio grazie al suo talento per la poesia.  
In gioventù guidò una rivolta senza successo in Siria, ma divenne un poeta errante dopo il tempo trascorso in prigione. Successivamente divenne famoso alla corte abbaside di Saif Al Dawla ad Aleppo.

Conosciuto per la sua acuta intelligenza e arguzia, si dice che Al Mutanabbi abbia rivoluzionato la poesia araba. Al Mutanabbi fu ucciso nel 965 d.C. per un insulto scritto in una delle sue poesie.

Tuttavia, più di 1.000 anni dopo la sua morte, le sue parole sono ancora ben note e sono considerate proverbiali. E a lui è intitolata  la via di Baghdad dove si vendono i libri e, sempre nella capitale irachena, è possibile rimirare una sua statua. 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Racconta di cinque anni sul campo e in redazione, tra l'Iraq, la Siria, l'Afghanistan, il Libano, il Mediterraneo ma anche l'Italia. Nei prossimi giorni troverete alcune copie firmate alla Bibliothe di via Dezza a Milano, un luogo che amo molto e dove vado a rifornirmi di the, oltre che di buon umore. 
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