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Ben ritrovati, 

Kabul, Gerusalemme, Tel Aviv: il mondo è di nuovo in fiamme e a davvero pochi sembra interessare. D'altro canto c'è chi ancora pensa che la guerra eserciti fascino ed è per questo che abbia senso raccontarla. Ma non è cosi. La guerra non ha niente di seducente, così come bella non è la morte. Anzi, la cosa profondamente ingiusta e deprimente è che a pagare il prezzo di questa follia siano sempre gli innocenti: donne e bambini, uomini e donne che nessun vantaggio traggono da essa.

Ma dietro quei volti ci sono delle vite, proprio come la mia, la vostra, quella di vostra madre o vostro fratello. Ed è per questa ragione che vanno raccontate le storie delle ragazze morte nell'attentato di Kabul o le vite spezzate dei bambini palestinesi o quelle dei giovani israeliani cui la guerra si sta portando via i sogni. Ed è per questa ragione che oggi vi lascio la storia di Muna che abita a Sheik Jarrah, il quartiere di Gerusalemme di cui tanto si parla in questi giorni. 
 
Poi vi scrivo di un progetto interessante, un podcast realizzato da una giovane donna giordana. Si chiama Eib e affronta i tabù del sesso e sulle questioni di genere, nel mondo arabo. Per questa serie - il successo è tale che siamo già alla settima stagione - la produttrice ha scelto di parlare davvero di tutto, dalla vita delle drag queen a Beirut, fino ai diritti delle vedove giordane. 

Infine vi lascio un libro scritto da un maestro del giornalismo, Joby Warrick, già autore di inchieste e saggi sull'Isis e premio Pulitzer. Parla di Siria e di armi chimiche, paese e tema che mi sta particolarmente a cuore. Sotto, trovate la recensione. 

E infine una richiesta: nei prossimi giorni su Instagram, vi chiederò quali sono i temi di cui vorreste leggere di più qui su Sherazade, se volete dare un consiglio, ci vediamo qui. 


Buona tazza di the, con la speranza di ritrovarsi presto.
Una donna per un quartiere 

"Mi incatenerò  nella mia stanza se dovessero fare irruzione nella nostra casa per espellerci con la forza". Muna al-Kurd ha 23 anni, la sua famiglia vive da anni sotto la minaccia di sfollamento dalla loro casa a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.

Prima dell'inizio delle proteste, Muna, l'unica giornalista del quartiere,  di norma non era quasi mai in casa, sempre presa dal suo lavoro e dai suoi interessi. Ma in questi giorni non l'abbandona un attimo. 

Nel 2001, tre anni dopo la sua nascita,  una parte del suo appartamento è stata confiscata e le chiavi consegnate agli israeliani. "Sono cresciuta sentendo parlare di sfratti e di ingiunzioni. E di questa ingiustizia", racconta. 

Due mesi fa, Muna ha lanciato una campagna in rete con l'hashtag #SaveSheikhJarrah per protestare contro la difficile situazione della gente del quartiere. Muna è una ragazza che ha coraggio. E ne ha dato prova quando ha cercato di liberare suo fratello dalle mani delle forze speciali israeliane mentre lo picchiavano. "Sono nata e cresciuta a Sheikh Jarrah e non riesco a immaginarmi di vivere altrove", dice. "Ho avuto un incubo ricorrente per anni, in cui qualcuno cerca di tirarmi fuori di casa con la forza, e io gli resisto."

Nel 1948, il padre di Muna, Nabil al-Kurd, fu costretto a lasciare la sua casa natia durante la Nakba. La sua famiglia era tra le 28  che la Giordania, in collaborazione con l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l'Unrwa, decise di reinsediare a Gerusalemme nel 1956 in cambio della rinuncia ai propri diritti di rifugiati. Queste famiglie sono state dotate  di unità abitative costruite dal governo giordano,  e il patto era che ci sarebbero vissute per tre anni, dopodiché la proprietà delle case sarebbe divenuta automaticamente loro. 

Tuttavia, dopo l'occupazione di Gerusalemme nel 1967, quando la parte orientale della città finì sotto il controllo israeliano, gli abitanti del distretto di Sheikh Jarrah si svegliarono un giorno con una brutta sorpresa. Due comitati ebraici avevano registrato la  proprietà della terra presso il Land Department nel 1972. E ora la rivolevano indietro. 

Con il passare degli anni le 28 famiglie palestinesi si sono ingrandite e il numero di residenti che rischiano di essere sfrattati a favore dei coloni è salito a 500, inclusi 111 bambini. Così  dozzine di casi giudiziari come quello della famiglia al-Kurd sono stati portati davanti ai tribunali israeliani. 

Nel 2001, per fare fronte alla crescita della sua famiglia, Nabil ha ampliato la sua casa. Tuttavia, quattro giorni prima  del trasloco, le autorità di occupazione israeliane hanno confiscato le chiavi della parte nuova della casa. Poi nel 2009 sono arrivati i coloni israeliani. E la vita della famiglia al-Kurd non è più stata la stessa. 

Ora Nabil e altre tre famiglie a Sheikh Jarrah stanno aspettando che la Corte Suprema di Israele raggiunga un verdetto nel caso di sfratto contro di loro. La corte ha rinviato la sua decisione la scorsa settimana a causa dell'escalation. Ma poi è scoppiata una nuova guerra. 
 

(nella foto Muna con il padre Nabil al-Kurd di fronte alla loro casa a Gerusalemme, copyright Middle East Eye)

 

Di podcast e tabù

Eib vuole dire tante cose in arabo: difetto, disonore o vergogna. La parola ha molte sfumature, ma quasi ogni donna che cresce in una famiglia di lingua araba la conosce bene. "Tutto ciò che riguarda le donne è eib ", spiega Tala El-Issa, dalla sua casa al Cairo. "Se vogliono parlare dei loro corpi, è eib, i loro problemi sono eib". 

Ora Eib è diventato anche il titolo di una serie di podcast prodotte da Sowt, una rete araba che ha sede in tutto il Medio Oriente. Il risultato sono puntate in cui si parla davvero di tutto, su come superare una brutta rottura, cosa sta succedendo tra le drag queen di Beirut, cosa significa essere gay o transgender, o restare vedova e scoprire che, secondo la legge giordana, la custodia dei tuoi figli può passare al nonno. Ma anche il corpo, i disturbi alimentari o cosa significa vivere sotto l'occupazione militare israeliana.

"Parliamo di tutte le cose di cui non si parla",  ha raccontato Ramsey Tesdell, co-fondatore e direttore esecutivo di Sowt al Guardian. Eib è un esperimento interessante anche perché utilizza raramente i giornalisti per raccontare le sue storie, preferendo che sia il soggetto stesso a narrare, anche se a volte i nomi o le voci vengono cambiati per motivi di privacy.

Quando è stato chiesto a El-Issa di assumere il controllo del programma per la seconda stagione, questa giovane programmatrice, che vive al Cairo, è di origine giordana e ha studiato negli Stati Uniti, ha visto la possibilità di sfidare il silenzio sulla sessualità, l'identità e le donne nel mondo arabo, e il modo in cui quei tabù sono solitamente coperti dai media stranieri.

"La narrativa della difesa dei diritti delle donne mi aveva un po' stancato, anche se ovviamente sostengo la causa. Ma c'è anche una sorta di cliché nel modo in cui le persone parlano di queste cose",  sottolinea. "Non si tratta solo di essere politicamente corretti, o al contrario di dire che gli arabi sono stupidi e non rispettano le donne. Così abbiamo deciso di trovare un modo nuovo di discutere di donne, senza dipingerle né come eroine, né come vittime. E abbiamo voluto dare voce a questa zona grigia in cui ci muoviamo e che è molto più complessa di quanto i media tradizionali non facciano sembrare ".

Le analisi mostrano che la maggior parte dei download di Eib proviene dall'Arabia Saudita o dall'Egitto. "Abbiamo notato che viene condiviso molto in privato tramite e-mail, DM, persone che lo condividono su WhatsApp o Telegram o messaggi di Instagram", spiega ancora Tesdell. Il successo di Eib non è passato inosservato. A fronte dei complimenti dei fan, sono arrivate anche lamentele degli ambienti più conservatori. "La linea rossa che ci mette sempre, sempre nei guai sono le questioni Lgbtq", sottolinea El Issa.  Ma a Eib non fanno retromarcia: e si parla - come vi abbiamo raccontato anche qui -delle tiktokers egiziane incarcerate o di Sarah Hegazi, arrestata per aver sventolato una bandiera arcobaleno al Cairo e poi morta suicida in Canada dopo essere stata rilasciata.  

Eib deve il suo successo anche al #MeToo egiziano e kuwaitiano, innescati da conversazioni sui social media che sono cresciute rapidamente e sono diventate così grandi da non poter essere censurate.

E così, grazie anche alla rete, Eib non è più così Eib. 

Un libro e alcune domande



Perché l'allora inviato della Casa Bianca presso la coalizione anti Isis McGurk si è dimesso dopo aver tentato invano di contenere l'avanzata di Isis? Perché il dottor Morad il 4 aprile 2017 si è trovato a Khan Sheikhoun davanti centinaia di cadaveri di bambini morti soffocati? E perché Assad è ancora al potere nonostante abbia commesso crimini di guerra e atrocità contro il suo stesso popolo? 

Sono solo alcune delle domande che emergono dall'ultimo lavoro del premio Pulitzer Joby Warrick, già autore di Bandiere Nere e che ora ritorna con La Linea Rossa, edito in Italia da La Nave di Teseo. 

La storia inizia nell'agosto del 2012, quando nel pieno della feroce guerra civile che stava dilaniando la Siria, il presidente Bashar al-Assad  decise di utilizzare ogni mezzo pur di restare al potere. E inizia quando i servizi segreti rivelarono che potrebbe ricorrere all’uso di armi chimiche, il presidente americano Barack Obama lo avvertì che così facendo  avrebbe superato una “linea rossa”, un limite costato il potere e la vita ad altri dittatori prima, uno su tutti Saddam Hussein.

La storia però è andata diversamente questa volta. Assad ha ignorato le minacce statunitensi e ha ordinato di bombardare il sobborgo di Ghouta, a Damasco, con gas sarin, uccidendo centinaia di civili e scatenando la reazione internazionale a quell’orrore. Un affronto al suo popolo. Ma anche a Washington. Quando la Russia si offre di mediare per ottenere la dismissione delle armi chimiche della Siria, Obama decide di inviare le truppe USA per eliminare i pericolosi ordigni. Inizia così una corsa per trovare, rimuovere e distruggere 1.300 tonnellate di armi chimiche nel mezzo di una furiosa guerra civile. Ma lo stesso presidente Obama sceglie di non intervenire militarmente.  Presto la strategia della Russia diventerà chiara: farà di tutto per preservare il potere di Assad, alleato fondamentale in Medio Oriente, mentre l’Isis, che sta costruendo il suo califfato nel territorio devastato dal conflitto, tenta di recuperare e accumulare quelle stesse armi per i suoi scopi. 

Con una narrazione costruita su documenti segreti e testimonianze dirette, e un folto cast di eroi e criminali – tra cui cacciatori di armi, politici, medici, diplomatici e spie –,  Joby Warrick  rivela come in Siria si stiano giocando gli equilibri mondiali.

Leggetelo La Linea Rossa, perché ben racconta come il conflitto siriano abbia cambiato il corso della storia non solo del Medio Oriente ma anche dell'Europa.  


 

L'ombra del nemico 
 
Ed eccola qui la mia creatura.  E' edita da Solferino libri e la potete acquistare nelle librerie o su Amazon. Alla fine del 2019 muore in un attentato Al Baghdadi, leader del più pericoloso gruppo terroristico al mondo. Ma chi è stato davvero, chi lo ha tradito? E davvero la sua morte ci ha messo al sicuro? Sono partita da queste per ricostruire la parabola dell’Isis negli ultimi dieci anni e lo fa in un viaggio nella storia dall’Europa al Medio Oriente e ritorno. Per capire come ha cambiato le nostre vite dalla sua nascita a oggi a partire dalla tragedia della guerra in Iraq e Siria e passando per i più gravi attentati in Europa, le violenze sulle donne curde, la caduta di Mosul e i molti grandi e piccoli eventi che hanno segnato la storia della guerra al terrore di questi anni. 
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