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Konrad
L'Europa, spiegata bene
-104 giorni a Brexit (se succede)
-159 giorni alle elezioni europee

 
(Sebastien Bozon/AFP/Getty Images)

«C’è stata una sparatoria, non si può andare in centro». Martedì sera avevamo già infilato il cappotto ed eravamo sulla soglia della sala stampa del Parlamento Europeo, a Strasburgo. Un amico aveva prenotato una quindicina di posti in un pub del centro che avrebbe trasmesso Liverpool-Napoli. Uno dei posti era per Antonio Megalizzi, il giornalista di Europhonica ucciso nell’attacco. Ma questa è un’altra storia.

Dopo essere stati avvertiti, abbiamo posato i cappotti e ci siamo messi a lavorare. Sulle prime nessuno aveva idea di cosa stesse succedendo. I giornali francesi non sono dei fulmini sulle breaking news, e le prime notizie suonavano confuse e contraddittorie. Quando il quadro è diventato più completo, la sala stampa è diventata un’unica redazione, con persone che urlavano da un capo all’altro della stanza e un crescendo di vibrazioni e suonerie. Siamo riemersi dopo un paio d’ore. La mensa, che stava facendo gli straordinari, aveva finito la birra. Era rimasta solo quella analcolica.

Non c’era molto altro da fare. Tutte le uscite erano state chiuse, in attesa di capire se ci fossero altre minacce. Il Parlamento è l’edificio più sorvegliato della città, e nessuno era davvero preoccupato per la propria sicurezza. Qualcuno giocava a carte, altri percorrevano nervosamente i corridoi in cerca di amici e notizie. All’una e mezza, un suono fuori posto: la campana che di solito richiama i parlamentari in aula prima delle votazioni di mezzogiorno.

In aula si sono presentati un centinaio di parlamentari, quelli che alle otto di sera stavano ancora lavorando. Funzionari, dipendenti e giornalisti hanno affollato le tribune. In un'atmosfera surreale, è iniziato un dibattito su chi dovesse uscire prima, se i parlamentari o gli assistenti o i dipendenti del Parlamento. Chi dormiva in centro ha dovuto aspettare l’arrivo di pullman scortati dalla polizia. Gli altri liberi tutti, «a proprio rischio». Alle quattro eravamo fuori tutti, o quasi: qualcuno ha deciso che non ne valeva la pena.



Le notizie, che ce ne sono parecchie.

• I nuovi sviluppi su Brexit vi hanno confuso le idee? Qui ci sono le ultimissimissime novità: i leader europei riuniti nel Consiglio Europeo non hanno fatto nessuna concessione a Theresa May, che rimane in un discreto limbo.

Per tutti quelli che si sono persi, il New York Times ha pubblicato un agile grafico per spiegare tutti i possibili scenari da qui a marzo, quando dovrebbe iniziare il periodo di transizione. Dunque. Theresa May ha appena riottenuto la fiducia del partito Conservatore, ma i “ribelli” del partito sono un numero sufficiente – più di un centinaio – per evitare che il Parlamento approvi l’accordo. Si vota entro il 21 gennaio. Se davvero il Parlamento rifiuterà l’accordo, si aprono una serie di possibilità che dipendono molto da cosa sceglierà di fare Theresa May e soprattutto se il Parlamento le permetterà di farlo.

Se l’accordo venisse respinto per pochi voti, May potrebbe riprovarci nel giro di qualche settimana. Se l’accordo non passasse per più di 100 voti, May si troverebbe davanti a due possibilità: potrebbe indire un secondo referendum – ipotesi che finora ha sempre negato – oppure le elezioni generali per cercare di avere una maggioranza che le permetta di portare a casa l’accordo che ha negoziato con l’UE. Se May tentennerà, potrebbe farsi avanti il Parlamento.

Il Partito laburista di Jeremy Corbyn potrebbe chiedere un voto per indire nuove elezioni, spalleggiato dai “ribelli”. I laburisti potrebbero anche chiedere un secondo referendum, cosa che hanno promesso di fare nel caso non si riesca ad andare alle elezioni, oppure di ritardare la data di uscita del Regno Unito. Tornerebbe in gioco anche la possibilità di una soft Brexit, l’unica opzione che forse potrebbe convincere i negoziatori europei a tornare a trattare.

Se non dovesse succedere nulla di tutto questo, c’è l’opzione che temono un po’ tutti tranne i matti: il no deal, cioè la possibilità che il Regno Unito esca dall’UE senza aver trovato un accordo. È lo scenario peggiore, nel breve termine, sia per il Regno Unito sia per i paesi europei che hanno più legami commerciali con loro: la maggioranza dei parlamentari britannici vorrebbe evitarlo, così come l’Unione, anche se mano a mano che ci avviciniamo al 29 marzo l’ipotesi diventa sempre più concreta.

Qui trovate l'originale, qui c'è una versione più stilosa pubblicata da Le Monde  
 
• Questa settimana si è saputo che nel 2019 la Francia sforerà quasi certamente il limite del 3 per cento del rapporto deficit/PIL che stabiliscono i trattati europei. Il rapporto, che in origine era previsto al 2,8 per cento, potrebbe raggiungere il 3,4 per via di un pacchetto di misure da 10 miliardi di euro che Emmanuel Macron ha proposto per rispondere al movimento dei cosiddetti “gilet gialli”. «E quindi l’Italia???», si sono chiesti in molti, ricordando che l’Italia rischia una procedura di infrazione in sede europea proprio per eccessivo deficit.

In realtà i casi di Francia e Italia sono piuttosto diversi. Per prima cosa, l’Italia non rischia una procedura per il rapporto deficit/PIL – il famoso 2,4 per cento, appena trasformato in 2,04 – ma per il peggioramento del suo deficit strutturale, cioè del deficit al netto delle misure straordinarie e del contesto economico. Il governo Gentiloni si era impegnato a ridurlo dello 0,6 per cento, il governo Conte vuole aumentarlo dello 0,8. Per di più, intende usare questi soldi – che vanno chiesti in prestito, visto che si parla di deficit – per misure che a lungo appesantirebbero i conti italiani, come la famigerata “quota 100” per le pensioni. 

La situazione della Francia è molto diversa: ha un debito alto ma inferiore a quello italiano – 97 per cento del PIL, contro 131 – uno spread bassissimo e una maggiore stabilità economica. Nessun membro del suo governo chiede di uscire dall’euro, per esempio. Il deficit previsto per quest’anno, poi, sarà un’eccezione. Quasi un punto verrà utilizzato per trasformare un credito di imposta per le aziende in uno sgravio fiscale: una misura una tantum, quindi. Il governo francese poi conta di ridurre il proprio deficit strutturale, o almeno contava di farlo prima delle nuove misure: quasi certamente non chiederà di aumentarlo. Nel 2020, la Francia conta di tornare a un “consueto” rapporto deficit/PIL all’1,4 per cento.

È vero che il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, è francese e sta trattando il caso con toni più pacati di quello italiano, ed è vero che storicamente la Francia esercita un’influenza maggiore dell’Italia in sede europea: ma non basta per gridare al complotto. La Commissione Europea ha comunque annunciato che valuterà il caso della Francia in primavera, una volta che entreranno in vigore le nuove misure.


Se nella vita facessimo i photoeditor di Libero, sceglieremmo questa foto per corredare l'articolo BOMBA MOSCOVICI: ecco perché MACRON può far il deficit che gli pare e noi no... (FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)

• A proposito di gilet gialli. Sulla televisione di stato russa e su diversi account Twitter russi, lunedì scorso è circolato molto un video delle manifestazioni – inizialmente organizzate contro l’aumento delle tasse sui carburanti – in cui un uomo-col-gilet seduto a un pianoforte scassato suona la Kalinka, una famosissima canzone folkloristica russa, durante l'occupazione di un tratto di autostrada. Per chi non la conoscesse, la Kalinka è quella di Tetris (ci perdonino gli impallinati di musica tradizionale russa).

Il servizio della tv di stato russa attribuiva il video a un account per nulla sospetto, @EnglishRussia1, che lo aveva postato con la scritta “Due culture si incontrano in Francia”. Il video è falso. Due giorni prima le stesse immagini erano state effettivamente postate da un manifestante dei "gilet gialli" che si trovava su quel tratto di autostrada vicino a Bessan nel sud della Francia. La musica suonata però era un’altra: qualcuno ha preso il video e ha semplicemente aggiunto una versione dal vivo della Kalinka in sottofondo.

Il video ha iniziato a circolare poco dopo che il ministro degli Esteri francese aveva annunciato che la Francia sta indagando sul coinvolgimento della Russia nel fomentare il movimento dei “gilet gialli". Secondo alcuni esperti di interferenze russe, circa 600 account Twitter che sono conosciuti per fare propaganda per la Russia nell’ultimo periodo si sono concentrati sulla Francia. Molti di loro stanno usando l’hashtag #giletsjaunes, il nome originale dei gilet gialli, per amplificare una narrativa negativa sull’Occidente e mettere in cattiva luce i principali leader europei, come già accaduto decine di volte negli ultimi anni.
 

Cose da leggere o vedere durante le vacanze

– In una serie di tweet che potete leggere qui anche se non siete su Twitter, il capo della redazione politica di Politico Europe, Ryan Heath, spiega che Brexit ormai lo annoia e basta, e che è solo colpa dei britannici.
 
Un bel documentario di Al Jazeera su Génération Identitaire, il gruppo giovanile francese di estrema destra che la scorsa estate era diventato noto per aver provato a fermare con le cattive le ong che soccorrevano i migranti nel Mediterraneo.

– Il giorno dopo l'attentato a Strasburgo, Marine Le Pen si è presentata in televisione e ha proposto due nuove misure per combattere più efficacemente il terrorismo. Nessuna delle due è realizzabile, ha scoperto Le Monde.

– La questione del confine irlandese è diventata centrale nelle trattative su Brexit soprattutto per la bravura dei funzionari irlandesi. Un bel pezzo di politica, senza retroscenismi: lo trovate su Bloomberg.

– Su Internazionale, Annalisa Camilli racconta che l'abolizione della protezione umanitaria prevista dal "decreto sicurezza" italiano colpirà soprattutto le donne vittime della tratta della prostituzione. 

– Un mini-documentario di Agence France-Presse racconta la fiorente industria vinicola dell'Uzbekistan, un posto pieno di musulmani osservanti che per via della loro religione non possono nemmeno assaggiare ciò che producono. 

– El País è andato a vedere come si vive in una specie di comune agricola nata in una sperduta isola svedese. La comune rispetterebbe tutti i criteri per accedere ai fondi europei contro lo spopolamento delle aree rurali, che però oggi sono perlopiù monopolizzati da anziani contadini. Qui c'è l'articolo, in inglese, e qui il video, in spagnolo. 

Ci sentiamo dopo le feste. Mangiate, riposate, e non indite alcun referendum per uscire dall'Unione. Ciao! 
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