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Charlie

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Domenica 25 ottobre 2020

Prologo
In inglese dicono spesso "pivot to", negli ultimi anni, parlando di cose digitali: lo si può tradurre come una versione più spiccia di "investire in", una specie di "buttarsi su". E in questi anni i successivi "pivot to" qualcosa che dovesse risolvere i problemi dei giornali sono stati tanti: si è proposto di buttarsi sul video, buttarsi su Facebook, buttarsi su questo e quello, creando nuovi slogan "pivot to" nella ingenua ipotesi che una singola idea risolutiva potesse salvare tutto il mondo dei giornali. Adesso si insiste sul "pivot to paid" (buttarsi sugli abbonamenti), che è di sicuro la prospettiva più promettente di questi anni, ma difficilmente salverà tutti.

La ricaduta più interessante per i lettori del "pivot to paid" potrebbe essere uno spostamento delle priorità dei giornali dalla quantità verso la qualità, lo abbiamo scritto altre volte: per cliccare su delle sciocchezze e premiarle ai lettori basta essere attratti da un titolaccio click-bait, dalla promessa di un "brivido"; mentre per decidere di pagare chiediamo tutti qualcosa di più e di meglio, almeno un'impressione di qualità o bisogno secondo i nostri criteri soggettivi (che spesso riguardano anche la fiducia e l'appartenenza). Pure su questo le grandi aziende giornalistiche fanno più fatica, perché le loro economie dipendono ancora troppo dalla pubblicità misurata a clic per poter spostare le proprie risorse dalla quantità alla qualità. Le due fonti di ricavo dovranno convivere, ma fino a che la priorità è data alla pubblicità le cose non miglioreranno molto. Alcuni giornali stranieri le hanno infatti invertite, le priorità.

Il Reuters Institute ha pubblicato una lunga ricerca interessante in questo senso, dedicata ai giornali online europei: che registra segnali di questo spostamento in molte testate. Più attenzione a "costruire relazioni durature" con i lettori, meno dipendenza da Google e Facebook per il loro traffico volatile, diversa organizzazione dell'offerta dei contenuti per favorire il coinvolgimento e l'abbonamento dei lettori. Qualcosa si sta muovendo, non sarà tutto buono (i lettori pagano anche per offerte che confermino le loro opinioni sbagliate o accarezzino le loro insicurezze e vanità) ma c'è del potenziale.

Fine di questo prologo.
Il public editor
L'editoriale del direttore della Stampa dalla terapia intensiva di domenica scorsa ha ottenuto molte attenzioni, naturalmente, ed è stato assai commentato. Alcuni commenti hanno riguardato però una questione più giornalistico-commerciale, e se ne è occupata Anna Masera in un articolo sulla stessa Stampa. Masera è la "public editor" della Stampa: ruolo che ha una sua parte non trascurabile nel giornalismo americano, e che da noi ha appunto provato a importare da qualche anno la Stampa. In sostanza, il public editor si fa rappresentante di reazioni, richieste, critiche dei lettori, e cerca di raccogliere risposte all'interno della redazione, in modi che possono andare dal molto collaborativo al dissenziente in alcuni casi e quando il giornale è disponibile a tollerarlo. L'articolo di Masera ha diversi spunti interessanti, che spacchettiamo qui sotto.
Il paywall nelle emergenze di servizio pubblico
La questione principale su cui risponde Masera è la critica all'aver mantenuto l'editoriale di Giannini - così appassionato ed efficace nel chiedere attenzioni maggiori sul contagio dalla sua condizione - accessibile solo agli abbonati paganti del quotidiano. È capitato spesso in questi anni che diversi giornali internazionali rimuovessero i "paywall" durante crisi eccezionali in cui avevano ritenuto prezioso che le informazioni raggiungessero più persone possibile, e in misure diverse è successo anche durante i mesi più difficili dei lockdown. In Italia era stato fatto da qualcuno per tempi molto ridotti, e c'erano già state lamentele da parte dei lettori. Masera riassume queste scelte e conclude rimandando la questione all'azienda piuttosto che al giornale e a chi lo dirige (che peraltro si trova in ospedale).
"Non possiamo, ci dispiace. Non dipende da noi giornalisti, si tratta di decisioni aziendali. I giornali non sono enti di beneficenza ma imprese editoriali private e sono in crisi, la raccolta pubblicitaria che un tempo ripagava il lavoro è crollata, se i lettori non ci comprano rischiamo di chiudere, è già tanto riuscire ancora a offrire l’abbonamento a un euro al mese, troppo poco per far tornare i conti. Questa è in sintesi la risposta. Se volete che il vostro giornale continui ad esistere, questo è il momento di sostenerlo. E se vi guardate intorno, tutti i giornali stanno serrando le fila".
E sembra dubitare anche, il public editor della Stampa, di un sistema di abbonamenti così coercitivo piuttosto che coinvolgente come quello dei quotidiani italiani, approccio di cui abbiamo parlato altre volte.
"Poi si potrebbe approfondire la scelta del modello di business, per capire se stiamo andando nella direzione giusta: c’è chi sostiene che anziché puntare agli abbonamenti – che comunque a colpi di un euro al mese non ci portano lontano – dovremmo puntare alla «membership»: un modello che richiede un’altra organizzazione del lavoro per mettere i lettori al centro (il che significa aprirsi al dialogo, per esempio ai commenti e ai link esterni) e creare una comunità fidelizzata, con un pubblico disposto a pagare attraverso sottoscrizioni per farne parte. Son scelte. Sarebbe bello avere il tempo per sperimentare, speriamo di arrivarci".
Pagare una copia alla volta, o un articolo alla volta
La richiesta di poter leggere l'editoriale di Giannini anche senza abbonarsi alla Stampa ha anche rimesso in circolazione un'altra questione, su cui ci sono frequenti insistenze da parte di lettori e potenziali lettori: perché i maggiori giornali non rendono possibile l'acquisto online di una singola copia, o persino di un singolo articolo? Alcuni, come Libero, permettono l'acquisto di una copia chiedendo una registrazione. Che ci risulti, solo il Fatto e Domani lo consentono dalla app con immediatezza senza nessuna registrazione. Ai micropagamenti avevamo accennato qualche settimana fa spiegando le maggiori garanzie di continuità di ricavo offerte ai giornali dagli abbonamenti, e quindi la scelta di disincentivare altre forme di acquisto. Abbiamo chiesto ulteriori risposte e valutazioni a Valerio Bassan, esperto di modelli di business per l'informazione e autore della newsletter Ellissi.

I micropagamenti sembrano un'ottima idea, almeno in teoria. Permettono ai lettori di finanziare una testata senza impegnarsi troppo, di acquistare solo ciò che interessa davvero, offrono agli editori una strada di monetizzazione alternativa agli abbonamenti e alla pubblicità.
Eppure fino a oggi i micropagamenti non hanno mai attecchito. Perché? Ecco quattro aspetti, secondo me.
  1. Per gli editori è molto più remunerativo un abbonato rispetto a chi acquista un singolo articolo. Il calcolo è presto fatto: per rimpiazzare un abbonamento da 90 euro all'anno servono 450 micropagamenti da 20 centesimi ciascuno, oppure 90 da 1 euro;
  2. Se l'obiettivo dell'editore diventa generare 450 transazioni, allora dovrà moltiplicare gli investimenti di acquisizione dei singoli lettori paganti: questo potrebbe portare i giornali a perseguire dinamiche di acquisizione “mass market” simili a quelle della pubblicità. Ci manca solo un nuovo clickbait da micropagamenti;
  3. Come conseguenza logica dei punti precedenti, il costo imposto al singolo micropagamento finirebbe per essere più elevato delle nostre aspettative. Spenderemmo 50 centesimi, o magari 60, per leggere un solo articolo (col rischio maggiore, peraltro, che quell'investimento non ci soddisfi);
  4. Viviamo nell'era della subscription economy: acquistiamo in abbonamento non solo servizi, ma anche beni (dalle automobili alla verdura). Saremmo davvero disposti a spendere 1 euro per acquistare un singolo film su Netflix, piuttosto che 10 per fruire ogni mese di tutti i contenuti della piattaforma? Non sono sicuro che l'esperienza del micropagamento, per l'utente, sia quella migliore possibile.
Le "rassegne" del Post
C'è un passaggio di Masera che è utile a spiegare un altro paio di elementi nei dibattiti tra giornalisti sui contenuti gratis o no. L'articolo di Giannini "ha registrato un record di attivazioni di abbonamenti, ma probabilmente meno di quanto avrebbe potuto perché lo hanno riassunto in tanti altrove, su altri siti o sui social, c’è chi lo ha addirittura trascritto integralmente e lo ha offerto gratis".
Negli ultimi anni, da quando tutti i maggiori quotidiani hanno cambiato parere sull'offrire gratis i loro articoli online, gli stessi quotidiani si sono trovati a dover convincere di questo contrordine anche tutta una consuetudine digitale di condividere liberamente gli stessi articoli nelle forme più diverse: con copiaincolla, o screenshot, o persino fotografie, siamo abituati da due decenni a segnalare e mostrare ad altri parti di articoli o articoli interi sui social network, sui blog, per commentarli, farli circolare, criticarli, eccetera. "Condividiamo", come siamo stati istruiti a fare.
Ora i paywall hanno molto limitato tutto questo, ma è ancora possibile in alcuni dei modi citati: e alcuni nei giornali sostengono che questa libertà di condivisione sottragga ricavi ai giornali, facendo circolare contenuti che altrimenti si pagherebbero. Altri ritengono invece che le ricadute siano risibili, e che i destinatari di queste condivisioni saltuarie e puntuali non siano quasi mai potenziali acquirenti che uscirebbero per andare all'edicola a comprare una copia del giornale, e meno che mai pagherebbero centinaia di euro di abbonamenti. Però ci sono stati su questo litigi agguerriti, che a volte hanno coinvolto anche giornalisti e altri personaggi noti.

L'altra cosa interessante da aggiungere è l'esperienza del Post, che fino dalla sua nascita ha ritenuto potesse essere un ruolo prezioso quello di indicare a un numero maggiore di lettori articoli che fossero usciti su altri giornali, rinunciando a una distinzione tra i contenuti propri e quelli prodotti altrove e privilegiando il criterio della selezione della qualità, da chiunque fosse prodotta. E, soprattutto, favorendo la lettura degli articoli sui siti originali attraverso la citazione di un paragrafo o due seguita dal link al testo completo; o, come in questo caso (che però aveva l'eccezionalità del contenuto dell'articolo che diventa un fatto e una notizia), citandone dei passaggi in una proporzione molto ridotta rispetto all'articolo completo. Chiamiamo da sempre questi formati "rassegne", ma oggi li usiamo molto raramente perché i lettori percepiscono - forse comprensibilmente: benché lo si possa paragonare alla recensione o all'estratto di un libro - come fastidioso un suggerimento di lettura che per essere seguito costringa al pagamento di un abbonamento.
A San Francisco come ovunque
Il San Francisco Chronicle è lo storico quotidiano della città di San Francisco: ha 155 anni, fu molto precoce a creare uno spazio online, nel 1994, e poi è finito in difficoltà di ricavi come tutti gli altri grandi quotidiani locali americani. Nel 2000 Hearst, uno dei più grandi editori di giornali del mondo (in Italia pubblica Gente, Elle, Marie Claire, Esquire), lo ha acquistato dalla famiglia che lo aveva fondato. Due mesi fa il giornale ha nominato un nuovo direttore, Emilio Garcia-Ruiz, che aveva seguito negli anni passati gli sviluppi digitali del Washington Post (ovvero il giornale con gli sviluppi digitali più interessanti, dopo il New York Times).

Martedì il Chronicle - in una scelta che raccontiamo come esempio dei guai grossissimi in cui stanno i grandi e piccoli quotidiani cittadini americani - ha annunciato incentivi e buonuscite per le dimissioni volontarie dei dipendenti (oggi sono 179), che vanno dalle 13 alle 62 settimane di stipendio. Il sito del Poynter Institute aggiorna un'impressionante lista dei tagli e delle chiusure di quest'anno nei giornali americani.
I puntini sulle ipsilon
Nell'impegno quotidiano che i giornali dedicano a evitare errori e refusi, un repertorio particolare di ostacoli sono sempre stati alcuni nomi stranieri poco familiari o ambigui. La distribuzione di ipsilon e i lungo in Woytjla Wojtyla è stata sempre un incubo, per non dire dei prolungati equivoci su Banksy. Quindi che ancora qualcuno possa confondere il nome di Patti Smith col più frequente "Patty" non è affatto strano: ma se lo fa Michele Serra e quell'errore finisce per ben due volte in uno degli spazi più visibili e più seguiti su Repubblica, ovvero la sua rubrica quotidiana "L'Amaca", diventa una piccola cosa rivelatrice di come si sia di fatto azzerato il lavoro di revisione e correzioni degli articoli nei grandi quotidiani italiani, dove nemmeno gli articoli più importanti vengono controllati adeguatamente rispetto a errori assai visibili (a volte succede anche su errori di sostanza assai maggiori). Un anno fa fu raccontata l'eliminazione degli ultimi correttori alla Stampa (sul tema, ancora Masera, oggi piuttosto protagonista).
Retention, please
Una delle questioni più sentite tra chi si occupa di abbonamenti digitali nei giornali ha un nome inglese un po' inquietante: "retention". Ovvero la capacità del giornale di conservare i suoi abbonati, non dedicandosi solo a coinvolgerne di nuovi: e soprattutto di conservare quelli ottenuti con sconti e promozioni, o in situazioni eccezionali (la seconda cosa riguarda per esempio anche il Post, a cui si sono abbonati molti lettori motivati dalla affidabilità della copertura del lockdown e delle informazioni sul coronavirus).
Il presidente dell'Economist Bob Cohn ha spiegato in un podcast del sito Digiday diverse cose interessanti su questo, raccontando come l'Economist avesse constatato un problema di "retention". Una soluzione che ha dato buoni risultati è stata - in una solo apparente contraddizione - alzare il prezzo di ingresso sugli abbonamenti, attenuando gli sconti.
"Per anni abbiamo fatto un'offerta di 12 numeri per 12 euro, o sterline, o dollari: e alla fine di queste due settimane il tasso di abbandono era assai alto, perché lo scarto di prezzo diventava cospicuo. Abbiamo cambiato l'offerta in uno sconto del 50% per 12 settimane (quasi 4 euro per numero, ndr). L'ipotesi era che avremmo attratto molti meno nuovi abbonati, ma con minori abbandoni successivi. Con nostra sorpresa e soddisfazione abbiamo osservato un calo solo leggero dei nuovi abbonati e però stiamo superando le aspettative nel tasso di retention".
Sono considerazioni che potrebbero essere preziose per i maggiori quotidiani italiani che stanno invece offrendo sconti enormi sui primi abbonamenti, di cui poi devono gestire le scadenze: per ora sembrano farlo soprattutto rendendo complicate le operazioni di annullamento degli abbonamenti, strategia che va in senso opposto a quella di costruire migliori e più leali rapporti con gli abbonati.
La testata di Time
Soltanto vent'anni fa Time era il newsmagazine più famoso e illustre del mondo: poi le rivoluzioni di questi due decenni nel rapporto con l'informazione hanno fatto fuori molti dei periodici più importanti e Time oggi ha un ruolo marginale nell'informazione americana e internazionale. Questa settimana però è tornato a fare notizia, con la scelta inedita e teatrale di cambiarsi nome in copertina per una settimana.
p.s. sempre utile ricordarlo: in Italia lo chiamiamo Time, senza articolo (gli americani lo chiamano "Time magazine"); invece diciamo "il Times" per il quotidiano di Londra.
Giannini a casa, Repubblica da casa
Nel frattempo oggi Massimo Giannini aggiorna i lettori della Stampa sulle sue condizioni, migliorate:
"Esco dal tunnel, dopo tre settimane esatte di buio. Sono ancora positivo, ma dopo 21 giorni di Covid e almeno tre senza più sintomi posso proseguire la quarantena a domicilio. C'è un drammatico bisogno di posti letto, per ricoverare i tanti, troppi pazienti gravi che arrivano in continuazione. Quando sono entrato io, solo al mio piano, eravamo in 18. Ora ce ne sono 84. Oltre la metà ha meno di 54 anni, ed è intubata e pronata. Una "procedura" terrificante, che mi sono fatto raccontare. Ti sedano, ti infilano un tubo nei polmoni, e da quel momento su di te scende la notte di un tempo infinito e un luogo indefinito. Sei sdraiato sulla pancia, in una posizione guidata da un rianimatore esperto, per sedici ore consecutive. Dopo ti rigirano supino, per otto ore. Poi si ricomincia: sedici ore prono, otto ore supino. E così via. Tutte le volte che serve a far «distendere i polmoni», come dicono, e a sperare che intanto la malattia regredisca, e non distrugga definitivamente quel che rimane del tuo sistema respiratorio. Se questo accade, a un certo punto ti estubano, ti risvegliano e allora devi solo sperare di avere ancora un po' di fiato in gola per gridare ce l'ho fatta. Se non accade, te ne vai senza saperlo, e senza che un familiare, un parente, un amico possano averti dato l'ultima carezza. Tutto questo mi è stato risparmiato. Lascio il mio letto a chi sta peggio di me, in attesa di un primo tampone finalmente negativo. Non so quando arriverà, e non mi importa. Tra tanti "sommersi" che ho visto in questa avventura, io sono tra i "salvati". E tanto basta. Anche se la mia povera madre rimane ancora lì, in quella stanza, a fronteggiare il Male da sola, io sono grato".

Sempre oggi invece Maurizio Molinari annuncia in prima pagina le conseguenze del contagio sulla redazione di Repubblica.
"Il nostro giornale è un tassello di questo mosaico ed oggi esce, per la prima volta dalla fondazione, frutto di lavoro giornalistico condotto in remoto, grazie alle nuove tecnologie, a seguito della necessità di chiudere e sanificare la redazione di Roma perché uno di noi è risultato positivo al Covid 19. La nostra sede sigillata, i redattori in fila per sottoporsi ai tamponi, le riunioni di redazione online, i documenti di lavoro condivisi sul web, gli articoli, le foto, i grafici e le pagine confezionate in smart working descrivono quali e quanti cambiamenti servono per consentire ad un quotidiano nazionale come Repubblica di continuare ad uscire a dispetto della pandemia, mantenendo intatta la qualità dell'informazione che è alla base del rapporto con i lettori su ogni piattaforma. Tutto ciò non sarebbe possibile senza il totale impegno dei singoli redattori, grafici, collaboratori e dipendenti del giornale che hanno affrontato l'intrusione del virus con senso di responsabilità collettivo e flessibilità personale"
I segreti del SEO
Oggi non c'è quasi più bisogno di spiegarlo: il SEO è il lavoro che si fa sui contenuti online per ottenere che le ricerche su Google (o altrove, se esistessero degli altrove) li trovino in posizioni più visibili, in cima alla lista. Significa Search Engine Optimization. Al Post questo lavoro fu fatto molto precocemente dieci anni fa e questo aiutò a guadagnare un'esperienza e una posizione molto competitive nei confronti di altre testate, che tuttora rimangono tali anche in un contesto molto più affollato e agguerrito. Ma con tutta sincerità, la risposta che diamo da anni a chi chiede quali siano le scelte che più hanno funzionato e a cui tutt'ora dedichiamo più impegno per ottenere questi risultati è: "fare il Post" (i titoli del Post, didascalici, fattuali, sono nati "SEO oriented" prima ancora che ci pensassimo). Ed è la premessa per citare quello che ha detto il CEO del sito di informazioni enciclopediche Dotdash (quello che prima si chiamava About.com) in un'intervista su un podcast dedicato ai media, questa settimana.
«The only real “secret” to SEO is doing exactly what Google wants: delivering the absolute best content out there. That’s Google’s business. And so, Dotdash invests millions in creating the absolute best content».
L'unico vero segreto del SEO è fare esattamente quello che Google chiede: pubblicare il contenuto migliore (che soddisfi nel modo migliore e più completo le ricerche degli utenti di Google, ndr). È quello, l'interesse di Google.
Il costo dei giornalisti assunti e di quelli da assumere
Il costo del lavoro è uno dei maggiori problemi economici per le imprese editoriali italiane e quindi anche per i suoi potenziali occupati, e per questo è molto rilevante una trattativa tra USPI e FNSI per i contratti giornalistici che sta avvenendo molto al di sotto della percezione dei lettori e di cui avevamo scritto in una newsletter di qualche settimana fa. Ci sono stati sviluppi e complicazioni ulteriori, raccontati bene qui: se volete capirne il contesto vi rimandiamo a quella newsletter.
Sta tornando anche l'infodemia
Due storie di questa settimana su informazione e coronavirus commentate da Luca Sofri: il volontario brasiliano e il virologo Palù.
Non puoi dire ladro al ladro
Il direttore di Domani ha raccontato venerdì dell'annuncio di una causa civile contro il quotidiano da parte del Commissario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri (su cui Domani ha pubblicato una serie di articoli molto critici). L'argomento principale esposto dal direttore, e nel titolo dell'articolo, è che Arcuri non contesti l'eventuale falsità dei fatti in questione (che sono acclaratamente veri) e quindi faccia stranamente causa contro una notizia vera.
Un argomento simile era stato usato due settimane fa dal direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri per difendere una sua giornalista da tutt'altra causa promossa dal sottosegretario Sibilia.

Le regole e le dinamiche delle denunce per diffamazione contro i giornali meriterebbero una newsletter settimanale solo per quelle, rispetto a come vengono raccontate o non raccontate sui giornali stessi. Ma quello di cui sopra è un caso particolare interessante da spiegare: entrambi i direttori Feltri sono nel torto nella loro obiezione, e che un fatto sia vero o falso è irrilevante rispetto alla eventuale diffamazione. Si può infatti essere "vittime di diffamazione" dalla divulgazione di notizie che ci riguardino benché siano vere: ciò che diffama e quindi "lede la nostra reputazione pubblica" è infatti diverso da ciò che sia illecito o illegale (esempio estremo: il raccontare pubblicamente le nostre abitudini sessuali, per quanto fedelmente). Giuridicamente, lo conferma una cosa che si chiama "esclusione della prova liberatoria": che impedisce a chi sia accusato di diffamazione di sostenere e provare a sua difesa che le informazioni pubblicate siano vere.

Nei fatti, poi, la fondatezza delle notizie torna ad avere importanza rispetto al vero argomento giuridico forte dei giornalisti in casi come questi: che è il diritto di cronaca, diritto che quando è riconosciuto tale prevale sulla diffamazione rendendola non punibile.
 
Il New York Times contro Vogue
Il New York Times ha pubblicato sabato un lungo articolo molto critico contro la supposta "ipocrisia" del mensile di moda Vogue e della sua leggendaria direttrice Anna Wintour rispetto alla mancanza di "diversità" razziale nel giornale e nella sua estetica.
"Da Manhattan a Hollywood e oltre, ha aiutato a costruire uno standard che ha privilegiato un'idea di bellezza bianca ed eurocentrica".
"Sotto la direzione di Wintour, hanno riferito diciotto persone,
Vogue ha accolto un certo genere di dipendenti, che fossero magre e bianche, solitamente di ricca famiglia e istruite in scuole elitarie. Di queste 18 fonti, 11 hanno detto che secondo loro Wintour non dovrebbe più dirigere Vogue e dovrebbe lasciare il suo ruolo di direttore editoriale di Condé Nast (l'editore di Vogue, ndr)".
Se ne sapete più di noi
Charlie ha lettori e amici che fanno i giornalisti o lavorano nell'editoria, e che ci sono spesso utili per raccontare e spiegare alcune delle cose che leggete qui. Qualche nuovo amico ha scritto rispondendo a questa newsletter per raccontare progetti o informazioni dalle redazioni, e grazie: chi voglia fare lo stesso è benvenuto.
E se invece ne sapete meno
Tutti gli altri possono rendersi altrettanto preziosi mostrando in giro questa newsletter, che se è interessante per voi può esserlo probabilmente per molti altri. Non è il solito richiamo generico che trovate in fondo alle newsletter: scegliete una persona soltanto e inoltratela a lei. Grazie.
Epilogo
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