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Charlie

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Domenica 18 aprile 2021

Prologo
Un articolo più lungo non è un articolo migliore, naturalmente. Anzi, spesso un'inclinazione alla ricercatezza di scrittura appesantisce articoli che potrebbero essere molto più brevi, efficaci, chiari e attraenti: soprattutto quando c'è da descrivere dei fatti, e soprattutto in tempi di abbassamento della soglia di attenzione come questi. Ma l'abbassamento in questione e la sbrigatività superficiale di molti articoli e "post" e tweet si mordono la coda, quindi da molti anni ciclicamente qualcuno protesta per la mancanza di "articoli lunghi", implicando che la lunghezza offra maggiore approfondimento e completezza. A volte è vero, e anni fa in tutto il mondo si cercò di capire se ci fosse una domanda di nicchia a cui tornare a dare articoli più lunghi, chiamandoli con l'espressione inglese "longform" e facendone un format promozionale. La nicchia si è rivelata molto piccola, e oggi una esigua quota di articoli lunghi è pubblicata dalle maggiori testate internazionali soprattutto come fiore all'occhiello, e rinunciando al format in quanto tale: la scelta è semplicemente di avere alcuni articoli più lunghi degli altri. L'altra cosa che sta succedendo - l'ha notato il sito Axios il mese scorso - è che ci sono nuovi formati che sono in grado di esaltare e rendere attraente la lunghezza più di quanto riescano a fare gli articoli di testo: podcast, documentari, newsletter. Il longform è più un'opportunità da tenere presente dove funziona, che una categoria predefinita da riempire.

Fine di questo prologo.
Il caso più delicato di conflitto tra giornalismo e pubblicità
Abbiamo raccontato spesso di come le difficoltà economiche delle testate giornalistiche generino sovrapposizioni sempre più spregiudicate e meno trasparenti tra i contenuti giornalistici e quelli pubblicitari, con rischi di conflitto e di inaffidabilità dei primi o ingannevolezza dei secondi. Ma parliamo sempre di promozione di prodotti o servizi commerciali riconoscibili come tali. La questione sta diventando ancora più delicata e pericolosa da quando gli spazi promozionali sui giornali vengono acquistati da strutture e istituzioni interessate a una narrazione propagandistica della realtà, producendo quindi contenuti in conflitto con quelli della più rilevante attualità, ovvero con il ruolo principale del giornalismo.
C'erano stati nei mesi scorsi i casi di Cina e Polonia, ma questa settimana una questione più puntuale è stata notata da alcuni lettori del sito di Ansa e successivamente raccontata dal Fatto: Ansa ha pubblicato un articolo sponsorizzato dall'ambasciata del Qatar che nega le accuse - sostenute e dimostrate da molte inchieste giornalistiche - di sfruttamento, schiavitù e morti sul lavoro nell'organizzazione dei Mondiali di calcio. Un uso di questo genere degli "articoli sponsorizzati" - e un'adesione alla "difesa" presentata da Ansa nell'articolo del Fatto - implica che una testata giornalistica accetti di ospitare notizie false o di propaganda politica e ideologica con la candida dizione "in collaborazione con". 
«Alle domande del Fatto Quotidiano, il direttore dell’Ansa Francesco Contu ha risposto così: “L’articolo contiene l’estratto di un’intervista pubblicata sul quotidiano francese Le Figaro, crediamo abbia valore giornalistico”. La collaborazione commerciale con il Qatar, spiega Contu, “non ci imbarazza: lo facciamo con molte ambasciate, anche di Stati non democratici. Manteniamo autonomia e controllo su quello che scriviamo”. Si tratta di contenuti assimilabili ad articoli commerciali, è come affittare uno spazio giornalistico a uno stato estero. “Vero – conviene Contu – ma lo facciamo in maniera trasparente”. Sull'entità economica dell'accordo, il direttore non è d’aiuto: “Non la conosco, non credo sia rilevante, forse poche migliaia di euro”.
Il presidente dell’Ansa, Giulio Anselmi (che occupa la stessa carica in capo alla Fieg, federazione degli editori di giornali), conferma le parole di Contu: “È un accordo commerciale che non mina l’autonomia giornalistica della nostra redazione. L’altro giorno infatti abbiamo pubblicato una notizia critica sul Qatar”».
Reuters cambia
La grande agenzia di stampa internazionale Reuters - la più famosa, insieme ad Associated Press - è da anni protagonista della trasformazione di ruolo che riguarda tutte le agenzie (cosa fa un'agenzia di stampa), che con la nascita di internet hanno costruito un nuovo rapporto diretto con i lettori, competitivo con quello dei giornali di cui un tempo erano semplicemente fornitrici. Reuters fu fondata 170 anni fa a Londra, dove ha ancora la sua sede principale pur essendo oggi parte della multinazionale Thomson Reuters: che invece si trova negli Stati Uniti, ebbe una genesi canadese, ed è posseduta ancora in maggioranza dalla famiglia Thomson.
Questa settimana Reuters ha nominato la prima direttrice della sua storia, la giornalista italiana Alessandra Galloni. E pochi giorni dopo ha annunciato la sua intenzione di mettere a pagamento (per 34,99 dollari al mese) i contenuti del suo sito, scelta di grosso cambiamento e per cui dovrà lavorare molto per rendere concorrenziali e desiderabili da parte degli utenti quei contenuti, soprattutto in competizione - sui temi economici e finanziari - con il gruppo Bloomberg.
La fine dei giornali di carta, di nuovo?
Fu il grande tema che rese "mainstream" il dibattito sul futuro dei giornali, una quindicina d'anni fa: si iniziò a ipotizzare che sarebbero spariti i giornali di carta, e a fare previsioni sul quando, con grande allarme ed eccitazione da parte dei giornali stessi. Poi quel dibattito divenne più ragionevole e spostò le sue attenzioni su un più realistico declino e su un adattamento della carta alle mutate condizioni.
Adesso è interessante che nel 2021 Richard Tofel, il fondatore e presidente di ProPublica - ammirato e premiato giornale online di inchieste, ritenuto di grande intuizione innovativa -  abbia scritto un articolo per suggerire a chi acquisterà il gruppo editoriale del Chicago Tribune (vicenda di cui Charlie si è occupato spesso e che riguarda diversi quotidiani americani importanti) di dismettere del tutto le edizioni di carta di quelle testate.
«Se sarete tra i nuovi editori, voglio offrirvi un consiglio gratis: appena ne entrate in possesso, o persino come condizione per farlo, abbandonate la stampa dei giornali, e andate solo sul digitale».
Secondo Tofel è impossibile che un quotidiano di carta non sia in perdita, e per poterlo mantenere in perdita e al tempo stesso garantirgli un ruolo innovativo e centrale servono i soldi e le possibilità di perderli che ha Jeff Bezos (che ha comprato e rilanciato il Washington Post). Per gli altri, meglio fare un progetto diverso: nessun ricco proprietario di giornale americano è così ricco da poter sostenere serenamente le perdite delle edizioni di carta.
I numeri dei quotidiani a febbraio
Nel frattempo che una settimana fa spiegavamo più in dettaglio i nuovi conteggi delle copie dei quotidiani sul mese di gennaio, sono usciti quelli di febbraio. L'aggregazione principale la vedete nei soliti sintetici schemi pubblicati sul sito del mensile del settore Prima Comunicazione: nel confronto con un anno fa (l'ultimo mese "normale" del 2020) si vedono peggioramenti di quasi tutti: significa che la domanda di informazione del 2020 non ha lasciato praticamente nessun nuovo lettore attaccato ai quotidiani, e nessuna piccola attenuazione del declino. La grossa eccezione è sempre il Fatto, e ne stanno uscendo per ora meglio anche il Sole 24 Ore, Avvenire e la Verità (va detto che tutte e tre le testate contano cospicui numeri di copie a prezzi molto scontati o comprati in grandi quantità da enti terzi). Le cose vanno ancora peggio se si guardano solo le copie di carta vendute singolarmente (l'ultima tabella).

Restano di fatto uguali i dati più di dettaglio che descrivemmo la settimana scorsa rispetto a gennaio, quelli scorporati tra le varie modalità di diffusione: e come dicemmo, se per valutare più accuratamente il gradimento dei lettori togliamo dal conto le copie scontate o omaggio o acquistate "da terzi" (queste ultime però hanno un loro rilevante valore economico: sono pagate), il Corriere della Sera resta primo con 196mila copie, seguito da Repubblica con 152mila, dalla Stampa con 96mila, da Sole 24 Ore e Resto del Carlino con 74mila (sportivi esclusi). Le copie individuali pagate per intero di Avvenire scendono a solo 18mila e anche quelle del Giorno e di ItaliaOggi (quotidiano di economia e politica che riceve il quinto più ricco contributo pubblico) li fanno calare di diverse posizioni scendendo rispettivamente a circa 22mila e 11mila.
ADS e Audipress
A domanda rispondiamo sulle differenze tra le due società di rilevazione che si occupano di raccogliere dati e risultati dei giornali, ADS e Audipress. Entrambe sono costituite da un consorzio di rappresentanti degli editori e dei pubblicitari e aiutano le due categorie ad avere diverse informazioni utili ai rispettivi business. ADS (quella di cui citiamo abitualmente i dati mensili) pubblica dei risultati sulla "diffusione" dei giornali, basati su dei numeri contati e forniti dai giornali stessi (con un filtro di garanzie e verifiche): ovvero, in sostanza, quante copie ci siano in giro di quel giornale. Audipress invece conta "i lettori" e le loro abitudini intervistandone un campione e facendo un'estrapolazione statistica: a partire dall'idea che per ciascuna copia ci siano più lettori.
Buzzfeed ha quasi finito le sedi internazionali di HuffPost da chiudere
Buzzfeed, il grande sito di news fondato da Jonah Peretti, a sua volta cofondatore a suo tempo dello Huffington Post (come si chiamava allora), ha comprato lo HuffPost (come si chiama ora) alla fine dell'anno scorso, e ha rapidamente chiuso diverse versioni internazionali del sito e deciso diversi tagli nelle altre. Giovedì si è licenziata la direttrice dell'edizione britannica, spiegando di non volere accettare i ridimensionamenti chiesti dalla proprietà.
Tutti questi movimenti generano da mesi ipotesi anche intorno all'edizione italiana dello HuffPost, che è nell'anomala condizione di essere posseduta al 49% dal gruppo GEDI (l'editore di Repubblica e Stampa, tra gli altri): questa settimana diverse fonti hanno confermato che GEDI starebbe trattando per acquistarne da Buzzfeed la restante quota. Per GEDI lo HuffPost è insieme una testata economicamente non onerosa (ha piccole perdite, compensate dai ricavi che genera per la concessionaria pubblicitaria del gruppo) e uno spazio dove sperimentare con maggiore libertà iniziative giornalistiche, tecnologiche e commerciali da replicare sulle testate tradizionali maggiori.
Il comunicato del CdR del Sole 24 Ore
Ovvero uno spazio frequente sulle pagine del quotidiano, a dimostrazione di una permanente tensione tra la redazione da una parte e la direzione e l'azienda dall'altra: quello di questa settimana è uscito sabato, e si limita a ricordare polemicamente il valore del lavoro dei giornalisti nei risultati dell'azienda.
Il femminismo come modello di business
Non sono una novità le "buone cause" di cui c'è domanda da parte dei lettori e su cui i giornali investono di conseguenza: con buone ragioni morali e di informazione. Spesso a queste si sommano anche buone ragioni commerciali: l'esempio più recente sono gli investimenti che alcune testate hanno fatto su sezioni e supplementi dedicati alle crisi ambientali, e che molti inserzionisti sono interessati a sostenere per associare i propri brand a quei temi apprezzati da una parte dei lettori. Ma vale per altri temi di "servizio pubblico" che attraggono investimenti, come gli inserti "Salute" e simili.
Ultimamente Repubblica sembra voler investire nei temi dei diritti delle donne - vicini alla propria tradizione e ai propri lettori - per creare anche opportunità per promuovere contenuti più convenzionali e attraenti per gli inserzionisti: un progetto più esteso è quello dell'acquisto del sito Al Femminile, comunicato come spazio di emancipazione e cambiamento, pur ospitando quasi soltanto articoli legati alla tradizione giornalistica dei "femminili"; un caso più puntuale sono poi i titoli e gli articoli abituali su prodotti e brand di moda confezionati dentro una predicazione femminista.
I giornalisti dei periodici RCS hanno da ridire sull'editore Cairo
Due mesi dopo una precedente protesta, il Comitato di Redazione dei periodici RCS (che sono tanti: Oggi, Amica, IoDonnaDove, Abitare, tra gli altri) ha di nuovo contestato i piani dell'editore Cairo Communication, che ha annunciato ben 38 "esuberi" su 134 giornalisti e una richiesta di cassa integrazione.
"La sola Periodici non può e non deve pagare una contrazione dei ricavi che incide, come da Bilancio, su tutte le componenti del Gruppo.
Sono pretese, quelle di Rcs, che aumentano una volta di più l’intollerabile politica di sperequazione tra giornalisti e management aziendale – cui continuano a essere elargiti consistenti bonus – pretese che risultano ancora più stridenti con la previsione di distribuire dividendi ai soci.
Per tutte queste ragioni il CdR dei Periodici Rcs si impegna a non proseguire alcuna trattativa sindacale finché questo piano di riorganizzazione non verrà ritirato".

Il CdR sostiene che i tagli siano ingiustificati, dal momento che i periodici sono rimasti in utile anche nel 2020. E che la richiesta di "cassa integrazione al 30%" da parte dell'azienda derivi da un'intenzione di allineamento dei costi del personale con quelli dell'altra azienda giornalistica del gruppo, Cairo Editore, creata dal proprietario Urbano Cairo con costi assai più contenuti. Nel frattempo, dice sempre il CdR, lo sviluppo della presenza digitale delle testate periodiche è stato finora trascurato (i dati di traffico di tutti i siti sono conteggiati ad arricchire quelli di Corriere.it) e l'azienda vorrebbe metterlo al servizio di uno sfruttamento soprattutto commerciale e pubblicitario dei siti delle testate stesse, riducendone la priorità giornalistica.
L'unico modo per potersi permettere di rifiutare inserzioni pubblicitarie discutibili è avere alternative per sostenere il proprio giornale.
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Ancora sui filantropi, altrove
La settimana scorsa avevamo scritto dello scarso rilievo italiano della filantropia (da parte di singoli o di istituzioni) nel sostegno economico ai giornali, rispetto agli Stati Uniti: aggiungiamo, per completezza, che dal punto di vista dei giornali la filantropia è un modello di business prezioso ma rischioso, la cui affidabilità nel tempo è molto fragile e suscettibile di oscillazioni imprevedibili. Ma questa settimana sono comunque uscite un paio di cose interessanti sul tema: un articolo del New York Times sulle motivazioni in questo senso che sono ancora assai diffuse tra i più ricchi imprenditori americani, e uno del sito NiemanLab che spiega come il Guardian (quotidiano londinese che attraverso il digitale è diventato una delle più importanti testate globali) abbia ricevuto da quel canale 9 milioni di dollari nell'ultimo anno.
Cosa succede al Wall Street Journal
Il Post ha raccontato in italiano l'interessante articolo del New York Times sui destini del Wall Street Journal che avevamo citato su Charlie la settimana scorsa.
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